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martedì 28 aprile 2009

La rivincita del perdente

Sono oramai alla fine del mio periodo tedesco e sto iniziando a tirare le somme di questo mio incredibile periodo. L'ultimo aggettivo vi fa capire che le cose sono andate bene.
Sinceramente, ero venuto qui con la speranza di aprire diverse porte e trovarci dentro qualcosa o, al massimo, non trovarci nulla ma sentire di avere le carte per poterle riempire.

Dato che le ultime parole sono solitamente quelle che restano più impresse, comincerò in questo post a parlare dei difetti e delle mancanze che qui ho trovato.

Qui manca il caos. Non lo dico in maniera tendenziosa, manca davvero.
Cosa implica questo? Per farla breve, implica che molto spesso quando tutto va bene si è impreparati all'arrivo di un problema. Non avendo da tanto tempo le antenne alzate, prima di capire cosa accade e poi proporre una soluzione passa un po' di tempo.
Questo problema logistico, però, non mi interessa granchè. L'atteggiamento comunque spartano di un certo tipo di "tedeschitudine" non si formalizza quando c'è da rimboccarsi le maniche. In caso di problemi quindi possono avere degli iniziali rallentamenti, ma poi si riprendono e rimettono in gioco la loro proverbiale efficienza.

Quello che umanamente mi interessa molto di più e mi secca ancora di più è quell'atteggiamento di superiorità che può instaurarsi in qualche ben pensante quando si parla di italiani (tra l'altro per i benpensanti dovrebbero venire comunque da noi, dove in panchina lasciamo i professori emeriti).
Uno dei luoghi comuni più forti (e difficilmente sradicabili) è appunto quello dell'italiano mafioso, che si lamenta, che non lavora (ultimamente è tornato anche razzista). Dalla sua, il tedesco benpensante si sente migliore, perchè lui certe cose non ce l'ha, figurarsi!

Il problema sta nel fatto che il tedesco, per non avere la mafia al governo o avere i tram che funzionano non è che faccia molto. Certo, la società ha i suoi meccanismi, ma è appunto questo il fatto: il cittadino è un meccanismo. Se "alcune" cose funzionano non è merito suo. Semplicemente non accadono. Gli italiani negli ultimi 20 anni sono scesi in piazza a manifestare il loro dissenso in ogni forma, organizzano associazioni di ogni genere per tutelarsi dato che lo stato centrale non lo fa. Alla fine di questo si lamentano, non prima. Perchè che ci lamentiamo è vero, come è vero che ce n'è motivo.

Questo atteggiamento mi ricorda quelli di Firenze che si vantano di abitare nella città più bella del mondo declamando tutti gli altri agglomerati urbani sparsi per la terra delle merde fumanti quando, in tutta la loro vita, non hanno mai mosso un dito per contribuire a farla bella: come se il Rinascimento fosse opera loro.

Questo atteggiamento superiore ce l'hanno in molti all'estero rispetto a noi e, sinceramente, non è difficile capire perchè: l'italianità che ho visto qui è comunque esclusivamente relegata al cibo ed alla mafia. Punto.

Ma, dall'altra parte, a me rimane fisso in testa un dubbio:
io, se proprio dovessi andare orgoglioso di qualcosa, lo sarei di qualcosa che ho fatto io. No?

martedì 7 aprile 2009

Ritrovato ateismo

Fra le molte cose che quassù ho pienamente ritrovato, o trovato per la prima volta, c'è un oramai totale ateismo. Con questo, non intendo assolutamente dire o sostenere l'idea che molti cattolici possono avere, cioè che l'ateo non abbia una dimensione spirituale e non si ponga criticamente in discussione su certe domande centrali della vita (la filosofia ci insegna che esse si possono riassumere all'incirca in: chi siamo, dove andiamo, cosa posso fare, cosa posso sperare e, soprattutto, chi me l'ha fatto fare) (grazie Damiano per quest'ultima centrale domanda).
Quella dimensione di dubbio verso l'ignoto è tipica dell'agnostico, colui che all'esistenza o meno di dio- o chi per lui- risponde con un non so e non posso sapere, accantonando il problema.

L'ateismo è cresciuto in me negli anni, con la disillusione verso la Chiesa e verso le comunità cattoliche da me frequentate. Non ho trovato in essa alcuna risposta alle mie domande, ma solo un mucchio di paradossi e di non sensi che mi hanno convinto, alla fine, che uno dei motivi per cui la gente va in Chiesa non è tanto ritrovare la sua dimensione spirituale quanto obbedire ad un must, posto nella loro coscienza durante la crescita.

Ero convinto di ciò che pensavo già quando ero in Italia, ma per qualche ragione sentivo di dover difendere le mie idee. Trasferitomi qui, dopo appena un paio di settimane mi ero reso conto che la mia guardia alta era il risultato di quel must impiantato con il catechismo nel mio io più profondo e del continuo giudizio degli altri, in quello che è chiamato senso comune.
Forse per volontà di dio (direbbe un religioso), forse per caso (direbbe un ateo) o forse ancora perchè semplicemente attento a questo tipo di argomento (direbbe una persona sensata di entrambi i credi) in una libreria di Dortmund ho trovato la mia Bibbia.

God is not great, di Christopher Hitchens.

Nelle parole di quest'uomo non ho trovato una spiegazione ai miei perchè, piuttosto ho trovato che dicesse esattamente quello che pensavo. Dovrei perciò correggere il termine Bibbia in Diario non scritto. Non mi dilungherò nello spiegarvi di cosa parla, ma mi limiterò a riportare alcuni passaggi, con il solo intento di darvi un altro punto di vista e nessun intento propagandistico.
Magari qualcun'altro scopre di riconoscersi in queste affermazioni.

<<[...] E questo è il punto che riguarda me e quelli che la pensano come me. Le nostre credenze non sono credenze. I nostri principi non sono una fede. Non ci affidiamo unicamente a scienza e ragione, perchè questi sono fattori necessari piuttosto che sufficienti; ma non crediamo a nulla che sia in contraddizione con la scienza o che voglia scavalcare la ragione. Potremo differire in tanti aspetti, ma quello che rispettiamo è la libera ricerca, la necessità di una mentalità aperta, ed il perseguimento delle idee per il bene di loro stesse. [...] Non siamo immuni al fascino della meraviglia, del mistero e dello stupore reverenziale: abbiamo la musica, l'arte e la letteratura, e troviamo che certi seri dilemmi etici siano meglio affrontati da Shakespeare e Tolstoy, da Schiller e Dostoyevsky, o George Eliot piuttosto che in certe novelle morali dei libri sacri. [...] Siamo a conoscenza del fatto che si vive una sola volta, eccetto attraverso i propri figli, ai quali- siamo grandemente felici di notare- dobbiamo fare strada. E siamo convinti che sia almeno possibile sostenere che, una volta che le persone hanno accettato l'idea che la vita sia una sola e ricca di sofferenze, ci si possa comportare vicendevolemente meglio, e non peggio. Siamo assolutamente sicuri che una vita etica possa essere vissuta anche senza essere religiosi. E sappiamo di fatto che è vero semmai il contrario, cioè che la religione ha fatto sì non semplicemente che molte persone non si comportassero meglio di altre, ma ha dato loro il permesso in certi casi di comportarsi in modi che a molti papponi o xenofobi pulitori etnici avrebbe fatto inarcare un sopracciglio. [...] Non abbiamo bisogno di riunirci ogni giorno, o ogni sette giorni, o in qualsiasi giorno pieno di auspicio, per proclamare la nostra rettitudine o per commiserare la nostra mancanza di valore. Noi atei non abbiamo bisogno di alcun prete, o di alcuna gerarchia al di sopra di loro, per organizzare la nostra dottrina. [...] Per noi, nessun posto è più "sacro" di un altro: all'ostentata assurdità del pellegrinaggio, o all'orrore organizzato dell'uccidere civili in nome di qualche muro sacro, o caverna, o santuario, o roccia, possiamo contrapporre una comoda o urgente passeggiata da un lato di una libreria (o galleria) all'altro, o un pranzo con un amico fidato, in nome della verità e della bellezza.
[...]
La fede religiosa è, proprio perchè siamo una specie in evoluzione, impossibile da sradicare. Non morira mai, o almeno non morirà fino a quando non avremo risolto la nostra paura della morte, del buio, dello sconosciuto e degli altri. Per questa ragione, se potessi, io non proibirei la religione. Molto generoso da parte mia, direste. Ma la religione mi garantirebbe la stessa indulgenza? Lo dico perchè c'è una seria differenza fra me ed i miei amici religiosi, e coloro i quali sono davvero amici seri ed onesti lo ammettono. Sarei lieto di partecipare ai bar mitzvahs dei loro figli, di meravigliarmi di fronte alle loro cattedrali gotiche, "rispettare" la loro credenza che il corano sia stato dettato, sebbene esclusivamente in Arabo, ad un mercante analfabeta [...]. E, se dovesse succedere, continuerei a farlo senza insistere su quell'educata reciproca condizione- ovvero che in cambio di questo loro mi lascino in pace [con il mio ateismo, ndJ]. Ma questo, la religione è incapace di farlo...>>

mercoledì 1 aprile 2009

Nutella Nutellae*

*cliccami!


Il mio lavoro sulla Nutella sta ricevendo grandi e positivi riscontri dalla critica del settore, nonchè dal pubblico, facendomi entrare di diritto nel concorso per il prossimo Ig Nobel.

L'originale manoscritto con i voti vergati a penna, riportati nella tabella allegata al precedente post, sono stati affissi in cucina, accanto alla porta. La cosa ha preso così piede che siamo in attesa di un campione di Nutella spagnola per espandere il confronto a livelli europei.

Per consacrare questo momento di successo, un barattolo da 5 kg di Nutella (italiana) mi è stato regalato dalla padrona di casa, immortalando la mia faccia perplessa e sconvolta alla ricezione del trofeo.

La bomba a mano ha subito riscontrato il favore dei coinquilini. Infatti, dopo una inaugurale apertura (con assaggio al cucchiaio), nel giro di 12 ore l'1% era stato già stato consumato misteriosamente (e se l'1% vi sembra poco, ricordate che è un barattolo da 5 kilogrammi!).

Il fatto, comunque, mi tira sù di sollievo: come diavolo faccio a portarmelo via? Provate solo ad immaginare quale diavolo di faccia potrebbe fare il tipo del metal detector all'aeroporto scovando cosa nascondo fra i vestiti...

domenica 15 marzo 2009

Germania batte Italia 6.58 a 6.33

Eh sì, cari amici, la vita dell'italiano all'estero è dura!
Devo difendere l'italianità da attacchi di ogni genere, altro che Vendettaaaaaaaa!

Mi è arrivato poco tempo fa il "pacco della salvezza", uno scatolone proveniente dalla mia consorte pieno di oggetti di cui, secondo italica abitudine, avrei dovuto sentire il bisogno. Dico avrei, perchè il pacco è stato una sorpresa, non ne sapevo nulla (non vi dico neanche le scene davanti alla porta con il postino tedesco che mi braccava ed io che lo scansavo).

Fra i vari oggetti, c'erano due vasetti di Nutella italiana. Non appena i tedeschi l'hanno vista, si sono chiesti perchè diavolo non l'avessi comprata qui, se la volevo. Vagli a spiegare che era un regalo e che io non sapevo nulla: voleva essere una cosa così (c'erano anche dei calzini colorati: insomma, erano regali di ogni tipo!). La presenza della crema nutelloide italiana ha infuocato il dibattito su quale fosse più buona. Facendo ancora tesoro del buon senso e conservando l'aplomb che mi contraddistingue, ho detto: "E che cazzo, saranno uguali!". Giammai!, la falange germanica sosteneva unita che era migliore quella tedesca perchè fatta con prodotti di Crante Ciemania. Ancora una volta, mi sono sentito in dovere di sottolineare che, seppure certi prodotti locali fossero certamente migliori, un aggeggio strapieno di conservanti che scadrà quando mio nipote morirà di vecchiaia non è proprio il prodotto migliore per sostenere certe tesi nazionalistiche. Giammai! (e due!): la falange germanica premeva per un confronto diretto per dimostrare coi fatti la nutellosa superiorità.

Ho comprato dunque un vasetto di Nutella tedesca ed ho, giusto ieri mattina, approntato un esperimento di rara attenzione. I tester erano due: me e Miriam, una delle conviventi della magnifica casa dove sono ospite, pari età e- credo- grado sociale. Un maschio ed una femmina, un italiano ed una tedesca. Un buon mix per un test. Sono stati scelti 3 tipi di assaggi: 1) prova secca al cucchiaio, 2) spalmato su pane tostato e, infine, 3) 'a morte sua: pane tostato e burro. Fra un assaggio e l'altro, il tester aveva l'obbligo di lavarsi la bocca con un sorso di latte ed, a seguire, uno di acqua gassata (il gas facilitava la rimozione del precedente assaggio e massaggiava le pupille gustative riducendo le precendenti stimolazioni). Ovviamente, il tester indossava una maschera che lo rendeva assolutamente cieco. Il compito del tester era di dare un voto da 0 a 10 (0= orrendo; 6= sufficiente; 10= magnifico). Infine, dopo i 6 assaggi (3 tipi per 2 prodotti), al tester veniva nuovamente fornito un campione a caso (tedesco o italiano) di Nutella al cucchiaio: la comparazione col voto precedentemente dato rappresentava l'affidabilità del tester. Questo protocollo, da me inventato, sviluppato e proposto (ed accettato senza revisione dall'altra tester, Miriam) ha portato a sconvolgenti risultati (vedi tabella).

Tabella: Valutazione su singoli campioni di Nutella tedesca ed italiana. A sinistra, valori mediati e valutazione finale. I dati rappresentano il risultato di esperimenti condotti in singolo.

Clamorosamente, la Nutella tedesca è risultata vincente. Quello che la tabella non dice, è che la Nutella italiana è molto più zuccherosa rispetto a quella tedesca. Il fatto di essere leggermente più amara (si sentono di più le nocciole in quella tedesca) la penalizza incredibilmente nella prova su pane tostato, mentre quella italiana regge botta. Il dramma per quest'ultima è l'aggiunta del burro: l'amarognolo è stemperato e la Nutella tedesca passa da destra in corsia d'emergenza. La disfatta è totale. Lo zucchero della Nutella italiana lotta con il burro e non si capisce chi vince. Alla fine, la media delle medie dice Germania batte Italia 6.58 a 6.33. Questa differenza è una differenza molto lieve, del 4%. Ora, considerando la relatività delle analisi (il gusto è comunque un affare personale) il 4% è una differenza ridicola. Nel biologico, si considerano uguali anche valori con differenze del 20%, in certi casi. Nel chimico, il 4% è lì lì per essere effettivamente considerato un valore diverso.

A latere, da notare che entrambi i tester hanno abbassato esattamente di un punto la loro precedente votazione della stessa Nutella al cucchiaio durante il controllo (Miriam da 6 a 5, io da 6.5 a 5.5). Se inizialmente questo era stato considerato un parametro di inaffidabilità per entrambi, è risultato chiaro, poi, che il passaggio da Nutella e burro a Nutella e basta era eccessivamente penalizzante per qualsiasi palato.

Ad ogni modo, questa triste realtà si è sposata con una interessante scoperta: in casa, la Nutella italiana è già finita (4% o no, ai tedeschi è piaciuta eccome!), mentre di quella tedesca (causa misunderstanding su chi dovesse comprarla fra me e Miriam) adesso ce n'è poco meno di un chilo.

Così, facendo tesoro della esperienza scientifica, stamani mi sono sparato pane, burro e Nutella tedesca...

martedì 10 marzo 2009

Saying hello to the guys from Dortmund and Munchen

Hi there!
This post will be in english, because I don't speak any german yet (and never will, probably: I'm still learning "brotchen", difficult pronunciation for any italian).
Indeed, I found many visits coming from Dortmund and Munchen.
I guess the ones from Dortmund belong to some collegue of mine in the lab that discovered this blog and recognized my face. Yet, I'm asking myself if they have some italian friend to translate what I'm writing, otherwise I found it difficult to get why they visited my blog 9 times in the last 10 days.
What it is impossible for me to understand is who is looking at this blog from Munchen since last year! I don't know anybody from there and, again, would be interesting to know if they are italian, german or whatever.
So, dear anonimous friend of mine speak loud, and tell us who you are!
The shoutbox is here for you!

Traduzione italiana:
Ehilà!
Questo post sarà in inglese, perchè ancora non so parlare tedesco (e non lo saprò fare mai: sono ancora fermo a "brotchen", pronuncia impossibile per qualsiasi italiano).
Infatti, ho trovato diverse visite da Dortmund e da Monaco.
Quelle da Dortmund saranno sicuramente di qualche mio collega di laboratorio che ha scoperto questo blog ed ha riconosciuto la mia faccia. Più che altro, mi chiedo se non abbiano qualche amico italiano che gli traduce ciò che scrivo, altrimenti trovo difficile capire come mai hanno fatto 9 visite negli ultimi 10 giorni.
Ciò che trovo incomprensibile è chi è che guarda questo blog da Monaco, già dall'anno scorso. Non conosco nessuno di lì e sarebbe interessante sapere se sono tedeschi, italiani o chissà cosa.
Quindi, caro anonimo amico mio fatti sentire, e dicci chi sei!
La shoutbox è qui per te!

domenica 8 marzo 2009

Sussistenza

L'altra sera, mi hanno portato in un pub dove facevano musica dal vivo.
D'un tratto mi sono ritrovato in Italia: gran casino, un sacco di gente, molti in piedi, tutti con una birra in mano (ovvio), cappa di fumo dominante su di noi.
Nel caos della serata, incontriamo un uomo di cui non saprei più descrivere la fisionomia. Un uomo comunque più che adulto, avrà avuto 60 anni, vestito in maniera umile, con dei capelli un po' fuori posto. Le persone che mi avevano portato al pub lo conoscevano: era un filosofo. Forse dovrei dire Prof. di Filosofia, ma a domanda ha risposto appunto Philosopher, marcando il fatto di non sentirsi un Professore.

Parlando del più e del meno (lui ogni tanto buttava lì qualche parola italiana) non so come siamo passati a parlare di argomenti più complessi. Stavamo parlando di musica (quella dal vivo, appunto) e poi siamo cascati a parlare di vita. Io ero al secondo bicchiere di birra a stomaco vuoto e con alle spalle diverse ore stancanti di lavoro. Il locale era pieno di fumo di sigaretta e qualche sigaro. C'era un po' di casino ma si parlava ancora bene. Ed il filosofo butta lì un distinguo parlando di aborto e di inizio della vita. Rispondo che sono ancora confuso sull'argomento e mal sopporto chi dice di saperla lunga, a riguardo. Esprimo un concetto, apertamente scientifico, che non condivido necessariamente ma che credo sempre vada menzionato quando si parla di aborto ed inizio della vita: un embrione fecondato, senza 9 mesi di gravidanza (dunque di mamma), non è niente. Il tipo rimane un po' disturbato dalla ruvidezza del concetto ed il discorso continua sull'eutanasia, dove ugualmente si pone il problema di "fino a dove arrivare".

Da un punto di vista religioso, e dunque cattolico nel mio caso italico, c'è una incongruenza di fondo splendidamente illustrata da Serafino Massoni su Youtube dal titolo Il sondino fantasma: a quale scopo accanirsi con l'alimentazione terapeutica su un corpo incapace di vivere, dal momento in cui cristianamente parlando la vita è solo un passaggio (una valle di lacrime) verso il paradiso? E poi per quale motivo un uso sfacciato della conoscenza scientifica, quando questa stessa conoscenza viene poi rigettata quando fa comodo, impastandola con una morale divina?
Lontani da questi concetti, chiedo quale sia il punto di vista filosofico col quale affrontare una questione così spinosa. Il tipo si fa serio, spara alcune parole in tedesco, e poi mi dice: sussistenza. La chiave di lettura è la sussistenza.

Sono rimasto zitto per qualche minuto, pensando e bevendo birra. Sussistenza, un concetto pieno e chiaro. Condivisibile.
Ci ho pensato sù. E ci sto ancora pensando sù...

sabato 7 marzo 2009

Italioti alla riscossa

Fine del primo mese qui in Germania.
E prima esperienza italiota. Dopo aver cercato in ogni modo di immedesimarmi con questo luogo, trascurando la mia origine per accettare ogni cambiamento (di qualsiasi tipo), un intervento esterno (leggasi Italia) mi ha costretto ad effettuare una mossa individuale qui in Germania, esponendomi con i tedeschi. Personalmente, non avevo niente da perdere, quindi mi sono buttato. E qui, alla fine, ho toccato con mano la realtà italiota, del tutto incomprensibile per un tedesco.
Se non avete idea di cosa significhi il termine weird, in inglese, date una spulciata su Wiki: questa è l'impressione che ho dato. Mi sono trovato in difficoltà, ma su un piano del tutto personale: non puoi spiegare l'italianità ad un tedesco. Non ha i mezzi per comprenderla. E anche quando ti sforzi per cercare di far passare il messaggio, caricando un pochettino la mano su quei concetti più ostici, tutto quello che ottieni è un "This is just weird". Mi sono sentito confuso, ed un po' sconfitto. La schiacciante normalità di questi luoghi trova semplicemente assurdo il mio affannarmi.

Non che, nella sostanza, faccia molta differenza per me: quello che conta sono i fatti. Io sono qui da 1 mese e ci resterò altri 2, quindi l'idea che resterà di me sarà quella che fisicamente lascerò qui, con le mie azioni, non tanto con le parole. E su quella tutto va liscio. Eppure, appena ti muovi un attimo dalla tua posizione e metti in gioco altre carte (confuse) che hai in mano, ti riportano subito alla realtà, dicendoti che qui si gioca con stile elementare: non c'è alcun motivo per buttarsi in una situazione complessa. Continuo a credere che un tedesco in Italia morirebbe dopo una settimana, di stenti, di fame o di pazzia. Ma devo anche ammettere a me stesso che la forza di questa gente è non accettare alcun compromesso fin da subito, e rimanere solida e compatta: intransigente.

Per farvi capire, qualche tempo fa in questa zona ha chiuso una fabbrica della Nokia e (pare) circa 10mila persone si sono trovate senza lavoro dalla mattina alla sera: l'azienda aveva traslocato la fabbrica in Slovenia. Una situazione tragica che, ad un italiano, ormai non farebbe nè caldo nè freddo. La reazione della gente di qui, invece, è stata semplicemente smettere di comprare prodotti Nokia di ogni tipo. In massa. Se ti vedono con un cellulare di questa marca, sei guardato male (a lungo). Rarissimi negozi mostrano cellulari Nokia perchè, ovviamente, la reazione della gente è stata tale da portare cattiva pubblicità a chi si azzardi a mostrare l'oggetto dello sgarbo. So questa storia perchè ho ricevuto un cellulare via posta dall'Italia perchè il mio (sempre Nokia) si era rotto all'arrivo (un presagio?). Aprendo il pacco doni fra cui c'era anche il cellulare, il primo secco commento che ho ricevuto, d'istinto, è stato: "Non è permesso importare cellulari della Nokia a Bochum". Poi dopo si sono addolciti e mi hanno spiegato (e perdonato).

Ad uno sguardo superficiale, la vita delle persone che incontro e con cui vivo questi giorni è assolutamente identica alla mia. La gente va a lavorare, magari lavora tanto, si preoccupa del proprio futuro, studenti di dottorato si chiedono se abbia senso continuare a stare in lab delle ore per poi abbandonare tutto e fare un altro lavoro che magari non c'entra niente, magari andare a fare l'insegnante. Una birra la sera, una fumatina ogni tanto, il calcio alla tv, programmi a puntate deficienti per passare il tempo. Addirittura Sudoku prima di andare a dormire. Tutto uguale, in superficie.
Poi, fai un passettino in profondità e vedi che tutto è diverso: non trovi lo stress! Ogni azione commessa da un tedesco, nel bene o nel male, sembra inserita all'interno di un codice di condotta. Sei parte di una società, sei parte di un gruppo, sei parte di un comune senso del vivere al quale puoi certamente sgarrare, chi te lo vieta, ma a costo di rimanere solo. Il lab dove sono io è molto grande, con molti studenti che fanno anche cose molte diverse, magari anche gente che non si conosce o che si sta antipatica, ma il senso di gruppo è forte, il senso del "noi adesso qui" lo avverti. Lo avverto io, che vengo da fuori, ma non perchè sia straniero: lo avverto perchè sono interessato a capire e vedere certe dinamiche. Questa sensazione ce l'hanno loro dentro, non è una reazione nei miei confronti. Una visione superficiale non vedrebbe alcuna differenza. Eppure c'è eccome.

Da noi, i miei coetanei (perchè non saprei dove affogano questi pensieri gli adulti), hanno la perenne sensazione di essere soli e di doversela sfangare da sé. In ogni aspetto, anche il più elementare. Hai la certezza che non ci sia regola, che tutto sia concesso e che ogni mezzo sia lecito per raggiungere il proprio fine. Qui questo è impensabile: il mezzo non può essere prevaricante.
Questo fa sì che nel modello italiano l'individuo sia al centro, mentre qua pensano che l'individuo sia un pezzo dell'insieme e che non possa uscire dal coro: se ci prova è semplicemente weird.

Come fare a spiegare che da noi è la norma, e che i primi che si stanno fottendo la società ed il futuro sono quelli che hanno il culo al caldo? C'è una razzismo sociale in entrambi i luoghi: qui contro chi esce dal contesto, da noi contro chi non ha soldi e non ostenta.
Un altra conseguenza affascinante è il fatto che anziani, handicappati e malati di ogni tipo sono perfettamente integrati nella società. Non parlo del fatto che c'è lo spazio per farli vivere (discese al posto di gradini, casse preferenziali e posti nella metro), ma parlo della loro visibilità. Dopo una settimana credevo che ci fosse un tasso di malattie genetiche in questa zona altissimo. Poi ho capito che da noi semplicemente non li vedi perchè non sono intergrati, qui sono parte del tutto, com'è stramaledettamente giusto.

Quando ho capito questo, mi sono sentito un birmano.

domenica 1 marzo 2009

La più lunga settimana della mia vita

Così passa anche la mia terza settimana qui in Germania. Il tempo sta volando via.
Eppure, certi avvenimenti, di cui certo non posso parlare in questo blog, hanno fatto di questa settimana una delle più lunghe settimane della mia vita.

I miei tempi di lavoro sono sprofondati ad un livello vergognoso. Rimango in laboratorio una media di 12 ore al giorno, con punte massime di 14 ore. Il laboratorio è una specie di grande casa dove ragazzi della mia età (all'incirca) gravitano dalle 7 alle 23 la sera. Ci trovi sempre qualcuno a qualsiasi ora. La cosa più bella penso sia l'assoluta indipendenza che spetta ad ogni studente, messo in conto che la parola cooperazione rimane sempre un punto fermo. Uno come me, qui, rischierebbe davvero di passare il 70% del proprio tempo a lavorare (o forse, se avessi tempi molto lunghi ed una veduta più ampia, alla fine mi organizzerei come tutti gli altri).

Ho avuto modo di farmi chiarire alcuni concetti monetari. Qui un dottorando prende 2000 euro al mese, stipendio pieno. Purtroppo, c'è un colpo di mano. Praticamente sempre, capita che il dottorato sia pagato part-time quindi i soldi che arrivano in tasca al dottorando sono la metà, 1000 euro. Questo però li rende liberi di andarsene a pranzo (e mi spiega come mai l'affollamento della mattina al pomeriggio si è già sostanzialmente estinto). Questo non significa che non lavorino: chi è più lento, non si sa organizzare, o semplicemente fa solo questo nella vita alla fine ci rimane tutto il giorno; ma chi si organizza, rimane metà giornata e poi "ci si". Anche qui molti fanno il doppio lavoro, se possono, ma non c'è alcuno scandalo in questo: nella giornata ci sono 24 ore ed ognuno fa quello che può. Un post doc, invece, riceve davvero 2000 euro (o anche di più a seconda di chi lo paga). Come è normale, un dottorato rimane un progetto a più ampio raggio, mentre per il post-doc si va ad innaffiare le piante del proprio giardino: difficilmente, se non siete Stati Uniti, Australia o Canada darete un post-doc a qualcuno che non è del vostro orticello. A meno che il luogo di ricerca dove siete sia così grande e ben finanziato che, anche nella vecchia Europa, non conta la nazionalità.

Sono stato ad un meeting che si proponeva di lanciare un progetto sulla produzione di idrogeno con cianobatteri. I finanziamenti stanno finendo e i ricercatori cercano di fare la conta. Dopo tanti discorsi, il punto finale è rimasto quello: ognuno deve trovarsi i finanziamenti a casa sua. Poi, scientificamente parlando, ci si ritrova e si crea una rete di persone che lavorano nello stesso campo. Vedi mai che fra anni si riesca ad avere una rete di contatti così forte da proporsi per un progetto tutti insieme. L'Italia, in questo gioco, è col culo per terra. Se non ci danno due lire ore si finisce nel fosso. Più che altro sarebbe carino che poi venissero a controllare che si fosse fatto bene il lavoro, così magari si crea un meccanismo ciclico che prevede la soddisfazione sia di chi paga che di chi lavora. In questo momento, più che altro, i finanziamenti in Italia sono del tipo: ti dò due lire e non mi rompi più i coglioni (questo lo Stato, perchè il piccolo privato viene a vedere che cosa fai, ma finanzia così poco che diventa solo una rottura che venga a controllare!).

A seguire del meeting, una deliziosa cena in un ristorante italiano (Il piccolo principe), dove alcuni superboss chiacchieravano fra loro per fare conoscenza e formare questo "gruppo". Io, in un angolo del tavolo, ero opportuno in mezzo ai superboss (circa 10 + me) come i camerieri russi che servivano cibo italiano in salsa tedesca (se siete italiani, state alla larga da ogni ristorante italo-tedesco, sarà deprimente). Ovviamente, la mia presenza era subordinata a quella dei miei attuali 2 supervisori (quello italiano e quello tedesco). I superboss parlavano di scienza (in tedesco, in inglese o chissà cos'altro). Uno ad un certo punto si è girato verso di me e mi ha chiesto: "Ma per aumentare la produzione di idrogeno, cosa pensi di fare?". Benché abbia le mie idee a riguardo, il timore di dire una grande vaccata mi ha costretto ad una risposta generica. La cosa deve avermi svalutato parecchio perchè la domanda seguente è stata: "Insomma, com'è sta birra?".

Ad ogni modo, manco a dirlo, a fine cena si parlava solo di argomenti triviali (suppongo anche di donne, ma non saprei dirlo) (tra l'altro sospetto che uno davanti a me fosse gay, quindi forse per rispetto a lui che avrebbe parlato di uomini, s'è parlato solo di calcio) (e se ve lo state chiedendo, sì beh sono stato zitto anche quando parlavano di calcio; forse era meglio quando parlavano di scienza...).

Unforgettable moments

1- Mulheim an der Ruhr, zona stazione, mattina, ore 10:00 circa. Un italiano semina il panico e lo sconcerto camminando per le vie del centro. Avvicinandosi a passo veloce al semaforo pedonale, dopo essersi accertato che nessuna autovettura fosse in arrivo, l'italiano attraversa di gran carriera, riprendendo il passo veloce col quale era arrivato. E' un attimo. Un paio di vecchietti, vestiti di dubbio gusto, sono letteralmente sbigottiti. Guardando in faccia l'italiano gli rivolgono chiare parole di rimprovero per il fatto d'essere passato con il rosso al semaforo pedonale. L'italiano, sordo al tedesco e ai rumori della strada in genere- avendo le cuffie di un lettore mp3 nelle orecchie-, sorride e li manda candidamente a cagare...

2- Tratto da "Un giorno di ordinaria follia", riadattamento italo-tedesco.
"Allora, come va qui, ti veto dimacrito rispetto a quanto eri in Italia"
"Sì in effetti ho perso qualcosa"
"Quatto?"
"Boh, penso un paio di chili, non c'è una bilancia in casa"
"E, invatti, eri più crasso in Italia"
"Ero gonfio della palestra"
"Antavi in palestra?"
"Sì, la sera solitamente andavo in palestra. Sicchè... ero più gonfio!"
"Ma che prentevi, anabolizzanti??"
"... ... ... ..."
(...rumore di vento che spazza le foglie....)

3- Mulheim, ore 19:00; cena in un ristorante italiano.
Sono presente per obblighi formali ad una cena fra capoccia della scena internazionale di un certo settore scientifico. Mi sento fuori luogo e so che mi aspetterà una serata pallosissima nella quale dovrò cercare di interagire in inglese con persone che non conosco e di cui non mi frega assolutamente nulla. Il tavolo riservato a questo evento si trova molto vicino ad un'altra serie di tavoli dove alcune persone stanno già mangiando. Senza battere ciglio, mi avvicino ad una sedia vuota mentre tutto attorno a me gli altri partecipanti a questa cena si stanno cercando un posto a sedere. Chiedo alla signora, che non mi pare di aver visto al meeting del pomeriggio, se la sedia accanto a lei è vuota. La tipa mi guarda un po' sorpresa, ma non batte ciglio e mi cede il posto. Mentre mi sto per sedere, arriva un cameriere che gentilmente (e non senza un certo imbarazzo) mi fa notare che quello non è il tavolo prenotato per i partecipanti al meeting. Come un vecchio rincoglionito borbotto qualcosa fra me e me, maledicendo i primi oggetti che mi capitano a tiro, rei di esistere e di godersi la mia figura di merda internazionale. Dietro di me, infatti, i superboss sono già tutti a sedere.
A me toccherà una sedia in un angolo lontano da entrambe le uniche 2 persone che conosco.
E 'sti cazzi...

4- Da poco nella casa dove vivo è arrivata un'altra figlia della padrona di casa, con annessi due bambini di quasi 3 ed 1 anno. Erano tutti a fare colazione insieme: le ho salutate dicendo "Ciao" in italiano. La bambina di 3 anni, una splendida bambina bionda simile ad una delle mie nipoti siciliane, mi ha guardato come si guarda un alieno ed ha detto in tedesco: Quest'uomo è pazzo. Che lingua parla?

martedì 24 febbraio 2009

Prime vedute sulla Crante Ciemmania

Ho postato sul mio account di Flickr le prime foto scattate dei luoghi che frequento di solito. A breve (?!) dovrei essere in grado di aggiungere alcune foto anche di Essen, una città qui vicino, e qualche video su Youtube sempre su Essen.
Stay tuned!

P.S. 24-2-09: Aggiunta Essen!

giovedì 19 febbraio 2009

Il duemila, un gatto e un re

Non mi ero mai reso conto di quanta nostalgia ci portiamo dentro, noi italiani.

Da quando sono qui, la colonna sonora della mia vita tedesca è stata un misto di canzoni italo-straniere. Inspiegabilmente, poco prima di partire mi era tornata la fittonata di Lucio Dalla. Non so quanti di voi ne sono consci, ma ben prima di Cambio (degli inizi dei 90), Lucio Dalla è stato uno dei pilastri della musica italiana. Ricordo benissimo le mie lunghissime giornate estive da bambino, nelle quali ero spesso solo e con la TV fuori uso (mio padre aveva inserito nel circuito elettrico di accensione una chiave, cosicché uscendo per andare a lavoro potesse girarla ed interrompere la corrente, convinto che la TV degli anni 80 fosse il demonio) (e ancora non aveva visto quella dopo il 2000!). Fra i cd che ascoltavo grazie al gusto musicale che in casa mia non è mai mancato, c'era una splendida coppia: DallaMorandi e DallAmeriCaruso. Non mi ero mai accorto di quanto fossero densi di emozioni e nostalgia. E quanto dell'Italia disillusa vi era raccolta dentro. "Il duemila un gatto e un re" non è in nessun modo distante da "Felicità", entrambe responsabili di molti dei miei pianti infantili per sensazioni che capisco solo adesso, a 20 anni di distanza. "Cara" e "Washington" dal vivo sono maledettamenti struggenti. Un filo impercettibile, una quadratura del cerchio mi stringe oggi a quegli anni.
L'espressione quasi costitutiva negli italiani di dosi sempre un po' più elevate di disillusione, lo scollamento dal motore propulsivo verso un qualcosa, ha fatto di noi un popolo capace di ridere di sè, certo, ma in fondo al cuore, amaro. L'ottusità della normalità di questi luoghi, magari non centrali nella storia tedesca degli ultimi 50 anni, ha creato un silenzio attorno a me che ha reso tutto il caos che mi porto dentro incredibilmente rumoroso. Prima, era soffocato dal casino che c'era fuori, in quel gioco maledetto del chi grida di più esiste. Cancellando del tutto il casino esterno, la spinta a farsi sentire di ciò che c'era dentro sta esplodendo. In ogni canzone italiana che mi porto dietro, e che gustavo quando ero a casa mia, assaporo quel gusto dolciastro della malinconia, una tendenza a far pesare tutto sull'emotività dato che la ragione è stata persa.

I tedeschi non potranno mai capire. In molti stranieri, non potrebbero mai capire un italiano.
Ed anche io, da quassù, pensando ai quotidiani sforzi per mantenere la normalità ed il decoro, mi sono chiesto già molto spesso: ma perchè?

Dopo una settimana di Dalla, ho deciso di non farmi più del male e sono passato ad altro: mi sono buttato sugli stranieri, ma lo stacco era troppo forte. Passando da Caparezza (che almeno la mette sul ridere) ho ritrovato le stesse sensazioni, come anche in Paolo Conte, in Vinicio Capossela, nei Casino Royale persino nei Quintorigo, che parlano per astrazioni dello stesso malessere del quotidiano.

Ma come abbiamo fatto ad arrivare fino a qui? Come è stato possibile?

Ci sono alcuni aspetti positivi, dell'italianità. La capacità ad avere un cuore grande (e l'umiltà di sapere che non siamo capaci di fare alcune cose) deve essere stata la stessa per la quale in Italia si è sviluppata una Resistenza, mentre in Germania no. Eppure, non abbiamo fatto per nulla tesoro di quell'opportunità di rivedere certe nostre lacune. Ed eccoci di nuovo qui ad additare i rumeni, i negri e via dicendo, pretendendo da loro il rispetto assoluto di leggi che chi legifera non rispetta. Vuoi mettere essere derubato da un italiano? Altro che essere derubato da un senegalese!
Sono convinto, perchè lo vivo sulla mia pelle, che aggiungere tutta una serie di situazioni stressanti possa fare bene all'individuo, se lo aiuta a sviluppare una resistenza a questo stress. Dosi opportune di "difficoltà" obbligano le nostre qualità a venire fuori. Nel momento in cui però sono venute fuori, vanno coltivate, non rinnegate in favore dell'emotività e della superstizione. Altrimenti si arriva davvero alle madonne che piangono sangue come unica logica conseguenza. Mi viene in mente la scena fantastica di un film di Bunuel, Il fascino discreto della borghesia, con i protagonisti che camminano in una strada deserta, in mezzo ad un campo, senza parlare, senza dire niente, senza meta nè significato.

La cosa che mi fa più rabbia (anche se per ora sono ancora allo stadio della malinconia) è che le capacità intellettive, la creatività, la rapidità mentale degli italiani (cresciuti nelle condizioni in cui crescono) non è affatto seconda ai tedeschi ed a molti altri luminari stranieri che ho incontrato finora. Il fatto è che ci arriviamo e siamo soli, senza sostegno alcuno. Ogni italiano è costretto ad essere un Mussolini per arrivare dove arriva. O Andreotti, nel migliore dei casi. Qui, invece, tutti si sentono parte di un progetto, di una comunità. Magari poi gli sta stretta e la rifuggono, ma sentono di farne parte. Noi abbiamo questa sensazione con la famiglia, più che con la società. Siamo diffidenti verso lo sconosciuto per strada, la nostra vera rete di salvataggio è la famigghia. Il nostro razzismo comincia così, nel creare un noi così ristretto. Alcune risposte a questa mancanza di collegamento le hanno dato i meridionali, da sempre sottoposti a dosi di isolamento ed abbandono superiori al cosiddetto Nord, allargando la famiglia per vie laterali. In Germania, ad esempio, usano due nomi diversi per il nipote intesto come figlio del figlio (nonno-nipote) ed il nipote figlio della sorella/fratello (zio-nipote). In una discussione qualche sera fa, i tedeschi con cui parlavo erano molto sorpresi da questo. Eppure, io non sento differenza nell'amore che prova mia madre per Lucrezia o Virginia e quello che io provo per loro. Qui, invece, il rapporto diretto col nonno ha molto più valore, mentre quello laterale dello zio ha meno importanza. Una volta che sei uscito di casa, sei fuori. Come se fisiologicamente, ci fosse una rete di salvataggio, che è comunque la società nella quale puoi andare e devi andare a vivere e confrontarti. Da noi, vista anche la mancanza di ragionevolezza e l'investimento massiccio in emotività, il legame diventa stretto da morire. Andate a chiedere ad una mamma americana quante volte chiama il figlio che lavora in un altra città e quante volte lo fa una madre italiana.

Io non credo sia tutta da buttare la nostra condizione umana. Io non credo che gli aspetti patetici dell'italianità saranno dominanti per sempre nella nostra natura. Certo è che dobbiamo iniziare a capire che c'è davvero tanto a cui rinunciare, se vogliamo ripartire.

mercoledì 18 febbraio 2009

Uh lebbru uh lebbru!

Prologo
Uh lebbru uh lebbru!


Ed ecco che la mia prima settimana è già finita. La mattina in laboratorio a volte arrivo così presto che trovo solo 2 o 3 persone (per inciso, sono le 9 di mattina!). Questa maledetta sveglia presta (7.20 circa) mi costa almeno il 50% delle mie energie, ma non posso farci niente: i tedeschi non usano, in genere, le tende nelle stanze da letto...

Breve bollettino metereologico: il tempo è peggiorato. Già da ieri, quando vagavo per il centro della "ridente" Essen, cominciava a nevicare. Una neve ipocrita, sembra quasi di riporto, piccolina e fine, ma fitta. Fin da stamani la situazione era grigia e nevosa, da qualche parte iniziava ad appiccicare. Dice peggiorerà.
Negli ultimi giorni ho avuto altre deliziose scoperte e qualche altro motivo di pensiero (del tipo, ah, è così eh?).

La casa dove abito è eccezionale. Cercherò di fare qualche foto per riprodurla in Italia quando avrò soldi (deh ih ih oh!). Ai pochi che mi hanno trovato su Skype, ho avuto modo di fare un tour panoramico girando con il portatile, manco fosse il baldacchino della madonnina. Ho finalmente conosciuto l'altra coinquilina. Si chiama Miriam, ha un anno più di me e fa chirurgia infantile (non nel senso che non è brava, ma che la fa ai bambini!) (sappiate che fra inglese ed italiano mi sto confondendo e sto perdendo l'uso del secondo. Ormai, penso in inglese e considerando che lo parlo ma solo per sopravvivere e conosco molti pochi termini, potrete immaginare il profondo silenzio nel quale cadrò andando avanti così. Il prossimo post sarà un disegno). La tipa dell'infantile è simpatica e con uno spirito da vera tedesca. Parlando delle differenze italo-germaniche mi si è presentata come bisognosa di tradizioni (loro non hanno potuto coltivarle per molto tempo, causa misure mondiali anti-nazi) e piuttosto ingenua su molti aspetti, un po' anche per natura (è un sagittario come mia mamma: o la pensi come lei o la pensi come lei) (oppure la pensi come lei) ma soprattutto per il tipo di vita: quando fai una vita inquadrata in un contesto sano, tendi a non porti molte domande sulla società e sul mondo ed accetti la versione ufficiale, spesso anche il luogo comune. E diventa molto difficile farti capire che, in realtà, le cose possono essere più complesse di come te le hanno insegnate (questo accade ovunque eh, anche in Italia). Ad esempio, sabato sera mi sono gustato un film (credo si chiamasse Vendetta) girato interamente da tedeschi in Italia che impersonavano italiani (deh ih ih oh! Ridicoli!). A parte le tonnellate di luoghi comuni ed i tedeschismi del film, l'immagine che si dava della mafia era quella di una specie di organizzazione indipendente che ammazzava in maniera truculenta, dando così vita al mito mondiale del picciotto e via dicendo, per niente interessata al rapporto con le istituzioni. Ho spiegato che questo tipo di mafia non esiste sostanzialmente più, fa parte dello stragismo dei corleonesi di Riina finito a metà anni Novanta e che la filosofia Provenzano (a lui succeduto) era quella di inserirsi nelle istituzioni, cosa che hanno fatto perfettamente. Facevo notare che la mafia al giorno d'oggi non ha alcun bisogno di ammazzare in maniera truculenta, quello si fa alla base, lo fanno davvero i picciotti. Controllando dall'interno le istituzioni, semplicemente possono far trasferire gli scomodi (quando certe notizie escono contro la loro volontà) o non far arrivare le notizie in genere. La tipa mi ha guardato un po' sorpresa, incredula che un cittadino potesse credere che al comando del suo paese ci fossero dei mafiosi. Dopo di chè mi ha sparato lì l'ennesimo luogo comune. Come gli italiani del nord credono per superficialità (e paura) che la mafia sia un problema del meridione, così lei (e chissà quanti nel mondo) credeva che la mafia fosse un problema italiano. Le ho fatto notare che la Camorra, secondo quanto scrive lo scortato a vita Saviano, è il principale investitore della borsa di Francoforte. Non lo avessi detto mai! Si è sentita toccata, quasi lordata da questa cosa italiana (Vendettaaaaaa!!). A parte questo, è veramente molto carina e gentile ed ha promesso di portarmi in una palestra del centro per farmi vedere se è economico attivare un abbonamento di 2/3 mesi qui (il mio compagno gommone Damiano mi ha minacciato di andare da solo se ritorno sgonfio come un supertele al sole).

Un vero momento di "ah, è così eh?" l'ho vissuto di lì a poco quando, dopo aver finito di mangiare a cena (ho passato il sabato sera con Barbara- la padrona di casa- e la coinquilina tutta d'un pezzo) il ciotolone della pasta non finita è stato messo pari-pari in terra (con tanto di cucchiaio usato da noi pochi istanti fa, ancora caldo) per far finire il tutto al cane... La cosa simpatica è stata che quando poi il cane ha finito di mangiare dalla nostra ciotola ed ha cominciato a leccare i piatti sporchi dentro la lavastoviglie, la padrona lo ha allontanato malamente (Beh, sai che differenza!).
Ad ogni modo, non posso non mettervi a conoscenza dell'esperienza incredibile dell'altro giorno, tornando dall'Università. Già il secondo giorno che ero qui, sulla strada poco prima di prendere la metro, uno scoiattolo mi ha tagliato la strada. Beh, sarà un caso- ho pensato. Poi tornando dall'Università verso casa, in mezzo ad un giardino nel buio serale (erano le 21.30) vedo una lepre che corre davanti a me. No, cazzo, il leprotto no! Non ci credo. Mentre me la rido come un cretino, salta fuori da un altro lato un secondo leprotto. Cacchio, due leprotti! In mezzo alla città! Nel campus universitario! Dovete pensare che Bochum è grande come Firenze, quindi città piccola, ma non da trovarci le lepri libere di scorazzare! Ora, va bene che qui è tutto perfetto, ma i leprotti non li posso sostenere! Se lo dico in Italia mi prendono per fissato. Non faccio in tempo a pensarlo che saltano fuori 3, 4, 5 poi 6 leprotti! Un branco! No, questi sono scappati da un laboratorio, non ci credo... Fantastico...
E così, rincasando nel freddo pungente della sera, nella luce biancastra dei lampioni, mi ritrovo attorniato da leprotti in fuga verso mete sconosciute, con il loro andamento altalenante e le orecchie ritte. Roba da non credere.

Seguirà stufato tradizionale....

giovedì 12 febbraio 2009

Operationen AIN SVAIN CRUCCOLANDIEN

Beh, è fatta. Sono in Germania.
Nello specifico, mi trovo nelle lande desolate del nord-ovest (addossato a Francia, Olanda, Belgio). Perchè sono qui? Per ricercare.

Credo di aver atteso l'arrivo di un momento come questo da anni. Da quando ho iniziato a lavorare, ancora di più. Nella mia testa, è sempre risuonato un ritornello jovanottiano: "Butta la palla di là".

L'arrivo è stato freddo, nel senso metereologico. Solitamente, la mattina il cielo è aperto, si vede anche un po' di azzurro (ma pensa...). Poi, nel pomeriggio il grigio domina ed inizia a piovere. Quando esco la sera da qui dentro, nevica (stamani, il tempo è stato più onesto: nevicava fin dalla mattina. Non oso immaginare stasera...).
Al contrario del tempo e dei luoghi comuni (che sto abbattendo a chili, anche per quanto riguarda gli italiani) i tedeschi sono estremamente cordiali ed ospitali (chiunque pensi che però io vengo a spendere e non a chiedere soldi è semplicemente pietoso). Le case viste da fuori sono grigie, ed anche gli edifici pubblici sono abbastanza fatiscenti, da fuori. Fanno molto socialismo allo stato puro. Tutto piatto. Ma dentro sono accoglienti, confortevoli e, molto più che in Italia, caldi. E non nel senso termico. Sono più umani. Per dire, io amo casa mia, ma quella dove vivo qui è davvero carina, tutte le pareti hanno un tono fra l'arancione ed il giallo, ci sono stelle di cartone appese al soffitto e tutta una serie di ammennicoli che rendono l'ambiente un posto piacevole dove stare. E' esattamente come vorrei una mia (eventuale) casa di proprietà.

A parte questo, e la conferma che i mezzi pubblici sono cari, certo, ma schifosamente esatti, provo un generale senso di stordimento. In questo momento storico, l'Italia è una montagna di caos, gente che si lamenta, facce arrabbiate, strade impossibili e stress incredibile. Alcuni se ne accorgono anche vivendoci dentro. Chi non se ne accorge, dovrebbe andare all'estero per un po', ma non in vacanza, per lavoro come me. Così avrebbe sempre il cervello settato sulla funzione "Lavoro" e si renderebbe conto che quello che da noi è diventato impossibile ed a volte rasenta la filosofia, qui è così scontato che molti possono permettersi di ignorare che esista: semplicemente c'è e funziona. I tedeschi hanno, e questo mi lascia stranito (davvero non ho altro aggettivo) un senso della comunità fortissimo. Fra le prime che imparano, c'è la parola cooperazione. Se uno non viene con la mente un pochino aperta (che gli italiani avrebbero anche, ma se gli prende male non tanto) rischia di avere problemi. Ad esempio, avevo comprato un po' di cibo, nei giorni scorsi, e lo avevo messo nella mia zona del frigo. Il cibo comprendeva il latte (marca Ja!, una specie di Fidel con più gusto). La mattina dopo trovo una delle coinquiline che si abbevera al mio cartone del latte. Panico. Le faccio notare che è il mio. Lei, tedesca, non batte ciglio e mi chiarisce che in casa i generi di prima necessità sono strettamente condivisi e che non importa chi li compra. Nei giorni seguenti, perfettamente in linea con questa mentalità e con quanto ho detto sopra sull'accoglienza, la padrona di casa (Barbara) prepara delle lasagne "vegetariane" per tutti. Ieri sera, per giunta, ha ripreparato la cena per tutti (un risotto nero con non so che), offrendomi della birra fatta qui a Bochum. Meravigliosi...
Il cibo non è un problema, anche se la mia tipica colazione con tazzone di latte e caffè frullati con l'attrezzo dell'Ikea e la tortina alla crema della Coop sono ovviamente un miraggio. Mi sono perfettamente integrato con il tessuto sociale ed ora, appena sveglio, mangio pane-formaggio-prosciutto (in realtà ho comprato una specie di pancetta, ma che cacchio, erano uguali!), innaffiati con un paio di bicchieri di succo d'arancia. Per concludere una banana, che mangio pensoso guardando fuori prima di andare all'Università. A breve, tenterò un timido accenno alle uova!
Sul capitolo caffè, sorvolo. Probabilmente ci scriverò un post apposito. Con ogni probabilità, il mal di testa che mi attanaglia dev'essere una diretta conseguenza della mancanza di caffeina...
Per quanto riguarda Barbara e l'appartamento, ci sono solo femmine: la donna vive con una figlia di 16 anni e due coinquiline (quella che mi beveva il latte- Jessica- ed una che lavora all'ospedale 24 ore su 24, non l'ho mai vista). Anche il cane è femmina (Nina). I suoi peli sono i reali proprietari della casa. La prima notte (senza lenzuola) l'ho passata in un letto fatto sostanzialmente dei suoi peli. Penso ai primi anni nei quali anche Ozazio (l'alano di Lilliput) mi destava preoccupazioni e mi guardo adesso, piuttosto indifferente alla presenza abbastanza ingombrante di un cane che non conosco. In qualità di unico maschio in casa, mi sono posto molte domande: o mi sbattono fuori o anche io divento una donna. Da un certo punto di vista, molto meglio così: si sa che le donne sono sempre molto più elastiche degli uomini. Ad ogni modo non credo che per questo avrò problemi: Barbara è una di quelle donne che vive senza uomini da tempo, lo si evince da molte cose, ed ha quell'affascinante serenità emotiva che rende le donne della sua età solari ed intoccabili. Ha la sua casa, le sue figlie, la sua vita, il suo cane ed un bicchiere di bianco la sera. Sta proprio bene. C'è moltissimo da imparare da persone come lei.

La mia ilarità italiana è ben accetta, ma effettivamente noi siamo una spanna avanti. Abituati da secoli a subire i voleri di lobby disinteressate ai problemi dei più, abbiamo una squisita predisposizione alla satira, al riso, alla comicità: come diceva Pirandello, dietro al lato comico, c'è sempre quello triste e patetico della vita. Ovviamente questo aspetto è inafferrabile per una società in cui tutto va bene. Mi chiedo come scherzassero sul muro di Berlino. Ad ogni modo, sia i ragazzi che le ragazze chiappano abbastanza presto almeno il 60% delle mie battute. In un paio di occasioni, sono riuscito a far ridere anche il prof: nel caso in cui i miei risultati facessero schifo, il concetto dell'italiano buffone sarà purtroppo l'unico che rimarrà!

Per inciso, numerose informazioni mi lasciano pensare di essere l'unico italiano dell'intera Università (circa 30.000 studenti). Probabilmente anche l'unico in città!
Sui luoghi comuni sugli italiani, sui tempi di lavoro del laboratorio e si numerose altre amenità tedesche, vi terrò aggiornato in futuro.