Visualizzazione post con etichetta Ricerca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ricerca. Mostra tutti i post

domenica 18 aprile 2010

Una giornata in fiera

Una giornata in fiera!

Ah, la fiera! Corridoi e corridoi di stand(s), pieni di campioni, campioncini, prodotti colorati, ammiccanti, odori sintetici, odori naturali, oli essenziali, persone, pettinature sgargianti su facce gonfie, abiti alla moda, vestitini incredibili, donne mozzafiato, uomini alti mezzo metro, stranieri, italiani, italioti, calze, calze colorate, a rete, su scarpe improponibili, su tacchi vertiginosi, su sandali, su sandali?, sì su maledetti infradito!, anche se piove, già... uhm... piove...

Dio che giornata del cass, per venire a 'sta fiera...

Arrivo allo stand alle 8:30. Il mio compito è quello di illustrare le grandi opportunità dell'Università nel campo della ricerca alle industrie che cercano un punto di appoggio: noi possediamo la conoscenza, perdio! (a qualcuno interesserà!) (o no?).
Non c'è ancora nessuno dentro, ma fuori è il fosso di Elm. Orde barbariche di visitatori sotto la pioggia attaccano da ogni ingresso. Le entrate sono controllate da gente vestita di nero, con la faccia da cattivo che la sa lunga, pettorine nere con scritte bianche senza senso. I più fighi hanno un ricevitore che fruscia appeso al culo. Passo il mio badge ed arrivo, come detto, allo stand. Non arriverà nessuno per le prime 2 ore. Tranne la mia compagna di sventura, Federica, che arriva misteriosamente dalla parte opposta da cui sono arrivato io, con un fare di sorpresa nel vedermi.

Il tempo non passa mai, mi maledico per non aver portato con me un maledetto portatile, l'orologio di 'sto posto deve avere delle lancette sovrappeso e con grossi problemi cardio-circolatori. Avessi carta e penna, scriverei un appendice di 550 pagine de "La ricerca del tempo perduto", sondando quella zona ancora più grigia tralasciata da Proust nella stesura della versione originale del suo tomo, quella da 2000 pagine. Ancora non ero andato al bar, altrimenti mi sarei maledetto anche per non essermi portato niente da mangiare.

Il badge, infatti, è una sòla: funziona una volta al giorno. Se hai dimenticato qualcosa in motorino, non puoi più rientrare (il ché avrebbe degli innegabili immediati vantaggi). E' una gabbia. Faccio una mezza colazione/pranzo alle 11:30, più per inedia che per fame. Un panino di grandezza ultrabatterica mi costa 4 euro e 50. Ripenso nostalgico ai fulgidi momenti in cui mi lamentavo dei prezzi della Carla, la barista rompicoglioni della Facoltà.

Qualcuno inizia finalmente a sostare davanti al mio stand da metà mattina, ma le visite sono nel complesso sporadiche e tendenzialmente più di interesse accademico ("Io mi divo izcriviri a ingigniria i non so quali corzo sciglire"). Di realtà imprenditoriali, niente di niente. Do fuoco al mio CV per scaldarmi nei momenti peggiori. Il meglio che rimedio a riguardo, è una farmacista che vuole aprire un suo laboratorio: una stanzina dove mettere un microscopio, praticamente. Le lascio l'opuscolo con la ricerca dell'università nel campo della cosmetica convinto che lo brucerà chiedendosi che minchia sono i biopolimeri.

Alla fine della giornata, il meglio che riesco a raccattare sono i seguenti personaggi, probabilmente esuli dei vari Togni o Orfei della bassa:
- un medico calabrese, che non fa altro che sorridere, che dopo 2 minuti che ride guardando un catalogo, attacca una supercazzola sui temi caldi della fiera: i baroni universitari, la mafia, la chiesa. Assente il maltempo, al sud non arriva quasi mai. Probabilmente è in coda a Caianello.
- un rappresentante di fantomatiche aziende che dopo aver liquidato la questione ricerca nel campo della cosmetica, mi chiede come ho fatto ad essere allo stand della fiera, dato che sua figlia ha fatto astrofilologia egizio-aramaica con indirizzo come se fosse antani, e non riesce a trovare lavoro (caro il mio rappresentante di sto par di palle, io sto qua gratis, extralavoro).
- una tizia che dopo avermi fissato per 2 ore mi si avvicina e mi chiede se so qual'è il codice dell'8 per mille dell'Università (le stavo per fornire il mio codice fiscale, ma qualcosa mi ha suggerito all'ultimo di non farlo).
- una donna in carriera, che arrivando di gran carriera in mezzo ad un gruppetto di ztudintizzi ("Io mi divo izcrivere a ingigniria..."), quasi bocciandole come uno strike a girare, dopo una rapida occhiata al poster "La ricerca dell'Università nel campo della cosmetica", mi guarda con fare torvo da persona spiccia, che è arrivata tardi sull'argomento in corso, e taglia corto con un: "Quando hanno aperto questo corso?".
- un rincoglionito, con auricolari ad un volume audiolesionista nelle orecchie, sorriso interrogativo sulla faccia, che sfoglia tutti gli opuscoli sul tavolo, se li infila tutti in tasca, prima di togliersi la musica dalle orecchie ed attaccare una super-pippa sul ponte di Tiberio raffigurato su un catalogo di un congresso.

Il Prof, presente sul posto con quest'ultimo elemento, prima finge un totale disinteressamento, poi un approccio familiare, quasi comprensivo ed accondiscendente verso la palese incapacità di battere pari del tipo in questione, fino ad un rientro nella zona grigia del cameriere quando il tipo attacca un costrutto di stampo Joyciano della lingua italiana, privando la sua favella di punteggiatura, verbi e soggetti.

Non appena quest'ultimo eroe dei nostri tempi si allontana, faccio un rapido riassunto della situazione catastrofica al Prof, mentre mi metto la giacca per andare via, concludendo con una nota divertita sul gadget più distribuito:
"... quelli sulla ricerca dell'Università e poi, più di tutti, il CD dei corsi di Laurea dell'Università. Questi sono andati via come il pane in Sudan. L'hanno preso anche i passanti, manco fosse una caramella. Tutti eh! Chissà che diavolo pensano che ci sia. Vedono il CD, e se lo mettono in tasc...".

Non concludo la frase che il Prof, compiaciuto, se ne infila uno nella giacca e dice sovrappensiero "Ah questo me lo prendo che mi interessa...".

Esco nella pioggia, sono le 16:30.
"Forse faccio in tempo per una cioccolata calda" penso fra me e me...

domenica 30 novembre 2008

Vivere e sopravvivere

In casi di crisi, le nostre vite cambiano. Scelte normali, quotidiane, vengono lievemente modificate per adattarsi alle condizioni di emergenza. Quello che cerchiamo di fare, in modo naturale, è quello di evitare l'impatto con le forti conseguenze che certe brutte situazioni hanno, per non abbattersi ed andare avanti. I migliori di noi, riescono a nascondere tutto sotto una superficie solida di attività giornaliere, ben sapendo che sotto ribolle qualche preoccupazione, riuscendo ad affrontare così i momenti difficili. Tendenzialmente, ammiriamo o invidiamo queste persone. Ma in certi casi le possiamo anche compatire.
Questa risposta allo stress è fisiologica, la adottano anche altre forme di vita. L'orso magna più che può e va in letargo, perchè sa che ci sarà un periodaccio, per lui. I batteri si incistano e vanno in uno stadio di quiescienza, di stasi, ed aspettano.
Stanno sopravvivendo, non vivendo.
Questo gli permette di esserci ancora, quando le condizioni in futuro saranno migliori.

Gli italiani, da troppi anni ormai, sopravvivono. Le tecniche e le filosofie per farlo nella maniera più decorosa possibile sono innumerevoli. Si va da una superficialità spinta, a teorie del cazzeggio rispettabilissime. Gente che organizza la propria settimana in modo che ci sia sempre un costante afflusso di piacere (droga, cibo, film, videogiochi, sesso, alcol etc...), piacere che a volte diventa irrinunciabile ed è il vero perno della propria vita, non uno svago per staccare la spina mentre si è sulla via.

Quello che è sbalorditivo, è constatare come questo status quo permarrà immutato a causa di un involontario feed-back positivo. Ovvero: c'è stato un momento in cui questa risposta di sopravvivenza fisiologica ha cominciato ad auto-indursi. Le condizioni di crisi sono rimaste esternamente una situazione costante e sono diventate le nostre stesse attività di sopravvivenza a perpetuare la situazione di crisi e a non permetterci di arrivare a condizioni migliori.

Un esempio pratico di quello che sto dicendo l'ho vissuto ieri sera. Come ormai tutti sono (credo) d'accordo, la politica italiana fa schifo. Come siamo arrivati fino a qui? Grazie ad anni di malapolitica di ogni colore, a partire dalla Democrazia Cristiana, passando dai Socialisti agli abusi dei sindacalisti e dei capi d'azienda amici degli amici che non vanno a fondo neanche se tiri lo sciacquone 20 volte. La risposta fisiologica degli italiani è stata una forte disillusione verso il sistema politico tutto. Nasce così, in seno allo scandalo di Mani Pulite, l'homo novus Berlusconi. Chi è costui? Una metastasi generata dal sistema il quale, ad onor del vero con grande caparbietà, cavalca selettivamente tutte le bieche oscenità che il sistema politico ha creato per sè, rimanendo magicamente immune da ogni conseguenza. L'idea dominante nella testa di tutti, vera o falsa non ha alcun valore, è ormai questa: la sinistra non fa niente. Berlusconi fa qualcosa. Poi magari sarà sbagliato, ma almeno qualcosa fa. Con questo scacco, ormai profondamente tatuato nelle menti di tutti, ogni cosa è concessa.
Ogni cosa.

Ieri sera si parlava della Gelmini. A tavola, un ventaglio di persone fra i 70 ed i 25, due generazioni e mezzo a confronto. Ovviamente, salta fuori il motivo trainante della politica berlusconiana: almeno io faccio qualcosa.
Prendiamo l'ambiente della ricerca nel quale lavoro. Ora come ora, ci sono circa il 50% dei precari (personale non assunto, generalmente fra i 20 ed i 50 anni) che fanno il lavoro vero e proprio, mentre un 50% di regolari (personale stabile, fra i 40 e più di 70) che hanno ritmi produttivi proporzionali alla loro età.
La produttività di questi ambienti è ridicola se paragonata ai finanziamenti. Che poi sia nato prima l'uovo o la gallina (cioè si produca poco perchè ci sono pochi finanziamenti o il contrario) non fa parte del mio ragionamento attuale e richiederebbe un post a parte.
Per ridurre gli sprechi, che fa in sostanza la Gelmini? Tagli genericamente i fondi e dice 1 assunto ogni 5 pensionamenti, ora; poi 1 ogni 2 fino, mi sembra, al 2014.

Questo sistema genera una vasca di pescecani fra i precari e non è certo meritocratica. Ok, ma almeno risolve qualcosa? Si riesce a svuotare questi posti di persone non produttive? No, ovviamente. [Che poi, paradossalmente, quei pochi che verranno assunti non sono certo i migliori (che ad un certo punto si saranno rotti i coglioni e se ne saranno andati)].
Il problema non è certo quello di assumere, ma quello di mandare in pensione.
Avete idea di quante cariatidi sono fisse negli ambienti di ricerca pubblica? Fatevi un giro nelle mense dei centri di ricerca (andateci presto, vero le 12:30). Volete andare a vedere qual'è l'età media dei professori universitari e dei ricercatori in Italia? Evirando di netto ogni possibilità si assunzione a chi fa il lavoro vero (i precari) e lasciando gente di 60-70 a capo della ricerca, cosa si spera di fare? Mantenere lo status quo, ovvio. Sono i professoroni di 60-70 (coetanei di Berlusconi) che ci guadagnano. Quelli che fanno politica, non ricerca. Quelli che direttamente o meno l'hanno creato. Mentre la barca affonda, loro rimagono a galla fino all'ultimo. Di quale futuro vogliamo parlare? Un ragazzo di 30 anni per arrivare a 80 anni ne ha davanti ancora 50, più di quelli che ha vissuto. Un 70enne, una decina.
A chi fa comodo la Gelmini? A chi dovrebbe lavorare i prossimi anni in quel centro di ricerca (l'attuale precario) mantenendolo e producendo risultati (e/o prestigio) o a chi c'è già da 30-40 anni ed è a capo del sistema?

Alla fine, qual'è il messaggio che passa? Almeno Berlusconi fa qualcosa, la sinistra non fa nulla.
Questa mentalità superficiale, con la quale stiamo sopravvivendo, è la stessa che ci impedisce di vivere la vita e ci impedirà sempre di sentirla nostra. La scelta di sopravvivere è certamente efficace fino ad un certo limite, ma superato il valore di soglia, continuare a voler sopravvivere significa morire. Bisogna trovare il coraggio di accettare (parlo ai miei coetanei) che a noi è toccata una vita di sacrifici, che non ci sono toccati i favolosi anni '60 del boom economico. Ed accontentarci di una vita più difficile, ma vera. Forse così, ai nostri figli (se li faremo) potremmo dare qualcosa in più di quello che abbiamo noi adesso, di quello che, molti senza volerlo, genitori e nonni ci hanno dato. E bisogna trovare il coraggio di dire ai nostri genitori: vi vorrò sempre bene, ma ai vostri tempi si stava meglio. Fatevene una ragione.

P.S: Aggiornamento del 15 dicembre 2008. L'Università di Firenze, a causa della crisi finanziaria che la riguarda, non sarà in grado di aumentare gli stipendi dei dottorandi da 800 a 1000 euro, anche se i soldi glieli aveva dati lo Stato (tutti gli altri atenei d'Italia lo hanno già fatto a partire da Gennaio 2008). Motivazione: c'è crisi. Poi salta fuori la notizia scomoda: gli stipendi dei dottorandi non sono stati aumentati, ma quello dei Prof. universitari sì. Se la legge (e la crisi) è uguale per tutti, loro sono più uguali degli altri...

giovedì 2 ottobre 2008

Il pane per la ricerca

A quelli che dicono che si stava meglio quando si stava peggio.
A quelli che dicono che i giovani di oggi hanno tutto, mica come un tempo...
A quelli che benpensano, a quelli che ignorano, a quelli che sanno e tacciono per il quieto vivere.



(clicca sull'immagine per leggere l'articolo)

martedì 2 settembre 2008

Yes, that's hydrogen!

Mi rendo conto che a nessuno di voi potrà fregare alcunchè, ma presso il CNR di Sesto Fiorentino, presso il quale il sottoscritto lavora, è stato raggiunto un risultato straordinario.

Per la prima volta al mondo, è stato prodotto idrogeno utilizzando Chlamydomonas reinhardtii, una microalga verde in grado di produrre idrogeno scindendo l'acqua in ossigeno ed- appunto- idrogeno, utilizzando la diretta luce solare.

Questo processo, ancora poco conosciuto e studiato da una decina di anni solo in laboratorio in varie parti del mondo (Usa, Russia, Australia, Germania, Francia), è stato testato da noi anche in un reattore da 50 litri all'esterno del nostro istituto, utilizzando appunto la luce diretta del sole.

Per l'esattezza, abbiamo prodotto più di 2 litri di gas.
Purtroppo non sappiamo quanti sarebbero potuti essere, perchè considerando le nostre basse aspettative, la trappola dove il gas viene raccolto si è scaricata!

P.S: la scoperta della avvenuta produzione si è consumata davanti ad un gas-cromatografo (uno strumento che analizza la composizione chimica dei gas). Non appena è emerso dall'analisi che il gas prodotto era idrogeno, io ed i miei colleghi abbiamo iniziato a gridare non diversamente da quanto devono aver fatto i cercatori d'oro del Klondike. In quel momento, tre ricercatori che passavano nelle vicinanze ci hanno guardato credendo che ci avessero appena rinnovato il contratto per un altro anno...

sabato 1 marzo 2008

Progetto Idrogeno: game over



Immagine da ilrasoiodioccam.it




Il progetto a cui lavoro è stato vinto da una cordata di ricercatori italiani comprendenti Università, CNR ed Enea di diverse città italiane. Il progetto è triennale e si avvia alla conclusione (ovvero, sto per perdere il lavoro!).
Questo progetto fa parte di un numero di progetti nazionali indetti dal nostro paese perchè l'Europa intimò al nostro governo di spendere quattrini per la ricerca perchè non lo faceva più. Era l'epoca del governo Berlusconi (anno 2001). Fu bandito un concorso e fu vinto nell'anno 2002. I soldi per lavorare sono arrivati nel 2006/2007. In questi 4/5 anni di attesa esclusivamente burocratica, i francesi hanno indetto un concorso simile al nostro, copiando spudoratamente alcune delle nostre iniziative. Nell'anno 2002 hanno bandito il concorso, nell'anno 2003 lo hanno finanziato; nell'anno 2006/7, quando a noi iniziavano ad arrivare i soldi, loro avevano già pubblicato i risultati. Ma, come si dice, le vie del Signore sono infinite. Molte cose sono andate comunque bene. Ciò che è successo è che abbiamo lavorato sodo ed abbiamo acquisito competenza in un campo ancora abbastanza sconosciuto in italia.

Poco tempo fa, è stata indetta una riunione fra tutti i partner del progetto per fare un pò il punto. E', questo, un momento piacevole, perchè c'è modo di confrontarsi con i coetanei che lavorano in altre città italiane per capire che aria si respira a casa loro (solitamente ci sono persone che stanno bene dal punto di vista umano e non lavorativo o viceversa, o che stanno male in entrambi i casi ma hanno solo quella strada da percorrere). Purtroppo è stato anche il momento di capire se sarà possibile rinnovare questo progetto o no. Essendo vicino alla sua fine, i capi gruppo cercavano di capire se, dati i buoni risultati conseguiti, fosse possibile rinnovarlo senza ritardi nel finanziamento. Se così non fosse, circa 10 milioni di euro spesi per la formazione di una ottantina di persone sparse in 5 città fra nord e sud italia sarebbero stati investiti nel nulla. Per farvi capire di cosa sto parlando faccio un esempio, nel piccolo della nostra esperienza di laboratorio. In Germania hanno trovato il modo di produrre in laboratorio 3 volte di più del controllo (fino a 300). Sulla base di questa scoperta hanno avviato un impianto pilota a livello industriale ed hanno continuato ad ottimizzare il processo. Noi abbiamo trovato il modo di portare la produzione 5 volte sopra il controllo (fino a 500) in scala laboratorio ma, con ogni probabilità, butteremo tutto nel cesso.

La persona giusta a cui chiedere era il referente politico. A guardia della buona riuscita di questo finanziamento è stata, infatti, messa una persona. Non mi dilungo nello specificare che la sua nomina era politica (ho sentito dire lo avesse messo lì Alleanza Nazionale) e che era un uomo di età avanzata. Ovviamente, la sua presenza durante il governo di centro-sinistra è stata zero: ovvero nel momento centrale del progetto siamo rimasti senza riferimento per cause sempre politiche. Per le stesse ragioni, ultimamente, la sua presenza è tornata a farsi sentire (in vista, probabilmente, del nuovo rinvendire dello spoiling system).

La notizia brutta è stata capire che di bioidrogeno non si parlerà mai più. La notizia più brutta ancora è stata capire che se mai verrà rifinanziato un progetto come questo, verrà depistato su un'altra fonte energetica rinnovabile che non è l'idrogeno, ma il biodiesel. Ad ogni modo, dunque, i nostri sforzi per raggiungere una competenza in questo processo saranno persi.
In buona sostanza, l'atteggiamento politico è stato lo stesso applicato a molti altri campi: sono cascati dei soldi? Bene, li avete avuti. Ora per un po' non rompete le balle. Beh, questa sì che è antipolitica!

A siglare il tutto ci sono stati un paio di scambi di idee con quest'uomo dalle idee dell'800. Capisco adesso che nell'anno di centro-sinistra debba aver frequentato Scott Bakula.
Dovete sapere che per produrre biodiesel, basta sostanzialmente far crescere i nostri microrganismi fotosintetici. Per fare questo, essi hanno bisogno anche della CO2, la stessa che si trova nell'atmosfera in quantità eccessiva e provoca l'effetto serra ed il riscaldamento globale. Ovviamente, al momento della combustione di questo biodiesel, la CO2 assunta durante la crescita verrà reimmessa pari pari nell'atmosfera, rendendo quindi l'impatto uguale a zero: tanta ne ho presa, tanta ne ho ridata al sistema. Sebbene questo metodo non riduca la quantità di CO2, va detto che almeno non la aumenta come invece facciamo adesso usando risorse fossili come il gas, il carbone ed il petrolio.
Bene, nella mente contorta di quest'uomo la soluzione per ridurre le emissioni di CO2 nell'atmosfera sarebbe usare la CO2, invece che dall'aria, direttamente in uscita da una raffineria di petrolio per crescere le microalghe. Come se questo cambiasse qualcosa! Appena brucio quel biodiesel, la CO2 rifinisce nell'amosfera! Ma sei cretino? Se vuoi ridurre la CO2 non devi usare un combustibile fossile, dinosauro!
Se questo deve essere l'input all'apice del progetto, immaginatevi quale possa essere il risultato.

giovedì 13 dicembre 2007

I precari della ricerca vittime di sè stessi


Riporto lo scambio di email avvenuto all'interno del movimento dei Precari della Ricerca a seguito di un articolo di tale Giulio Palermo, ricercatore dell'Università di Brescia, pubblicato sul sedicente giornale di estrema sinistra Il Manifesto.

Leggi l'articolo

Ho mandato una mail alla lista dei precari del CNR all'interno dei quali è girato questo articolo.

Scusate se intervengo in questo discorso, ricevo le vostre email e partecipo molto, molto silenziosamente alla questione precari.
[...]
Questo deficiente moralista si sciacqua la bocca con principi teorici e, da un certo punto di vista, anche condivisibili su quel piano, senza però avere neanche la minima praticità con il problema. Secondo questo cretino, chi diventa vittima di un sistema lobbistico ne è anche colpevole. Questo tipo di atteggiamento (la vittima che diventa il carnefice) è tipico delle attuali caste di potere che governano questo paese, le quali, per chetare anche chi OLTRE al suo lavoro fa qualcosa di costruttivo per garantire la sopravvivenza di un gruppo di persone scoperto dalle istituzioni, spargono disinformazione ben condita. Questo è il tipico esempio di uso criminoso dell’intelligenza. Il 90% della stampa nazionale ha ormai adottato questo sistema (insomma, chi ha il culo al caldo con i tempi che corrono non si mette certo a discutere). Questo è proprio l’atteggiamento del tipo: io so parlare e ti rigiro le parole così che adesso sotto scacco ci sei tu (che a questo punto diventi vittima di te stesso e della tua volontà di andare avanti, sei praticamente un paranoico che si fa un problema che non esiste).
Mi chiedo come questo paladino della giustizia abbia ottenuto il suo posto da ricercatore.
[...]
Posizionare fra i colpevoli di questo sistema di potere coloro che dal potere vengono sfruttati è, a tutti gli effetti, un ribaltamento della frittata vergognoso ed oltraggioso dell’intelligenza e del buon senso di chiunque, compreso me che sono precario da solo due anni.
[...]
Chi non ha alcun potere di decidere non ha colpe. L’unica cosa che può fare è ritagliarsi un piccolo spazio decisionale. Ovvero creare un movimento capiente con un unico nome, precari della ricerca, per farsi sentire bene da chi è sordo.
Appunto la strada che si sta tentando di intraprendere.

Bertolt Brecht affermava, con grande cinismo eppure con grande senso della praticità:
La morale sì, ma con la pancia piena.


Un altro commento, di tale Marco, è ancora più chiaro:

[...]alcuni punti:
- la definizione di ricercatore: parafrasando Forrest Gump mi vien da dire "ricercatore è chi ricercatore fa". Secondo la stupida definizione che è ricercatore solo chi ha vinto un concorso per tale funzione, si dovrebbe impedire di usare tale dicitura a tutti coloro che lavorano nel privato (in quanto non hanno mai partecipato ad un concorso). Mi fermo qui perchè ho una carrettata di esempi anche più calzanti.

-la definizione di precario: non dipendiamo solo da un barone, ma da una marea di vassalletti del potere. Basta che un contratto parta in ritardo o non parta che ci ritroviamo a piedi da un momento all'altro, visto che i nostri contratti durano mesi, non anni. [...]

-la definizione di barone: il ricercatore Palermo assume implicitamente che chiunque bandisca un assegno sia un barone. Probabilmente da lui funziona così, ma la sua generalizzazione dimostra solo la sua ignoranza.

-non conosciamo la precarietà: questo denota la totale ignoranza del Palermo sull'argomento. Probabilmente non ha mai avuto l'onore di chiedere un prestito e sentirsi rispondere che c'è bisogno della pensione dei genitori a garanzia.

- visto che tutti i concorsi sono truccati, sarebbe bene che il Palermo, vincitore per sua stessa ammissione di un concorso truccato e quindi in combutta con i commissari, si autodenunciasse ufficialmente (oltre che su un
giornale) alla magistratura di Brescia.


Il meglio, al limite della comicità, rimane quello di un tizio su questo sito nel quale si dibatte al questione:

OK, via, allora tutti ladri, nessun ladro. Come Craxi, paro paro. Siccome per essere precario devi aver avuto comunque un calcio in culo, allora sei marcio come tutto il resto del sistema (del quale anche il dott Palermo fa parte, ben inteso). Quindi non pretendere moralita’, onesta’, trasparenza, perche’ sei anche tu immorale, disonesto, corrotto. Sai cosa [...]? Di questo sillogismo ipocrita mi sono rotto, e’ la chiave di volta di tutto il sistema Italia, i compromesso al ribasso che squalifica qualunque discussione e tentativo di metter le cose a posto. Capisco molto di piu’ chi grida "aridatece er puzzone", ma davvero, tornasse la Moratta e privatizzasse tutto! La ricerca a don Verze’ e a scuola un po’ di sano Creazionismo. E via cantando verso il vero medioevo dal quale non sono capaci di salvarci ne’ Prodi ne’ Berlusca.

venerdì 12 ottobre 2007

Discriminazioni

La ricerca, in Italia, è in crisi.
Lo si è sempre saputo. Non ci sono soldi e quelli che ci sono, sono molto mal spesi
(questa verità viene solitamente omessa, ma è un altro grande cancro della ricerca italiana di oggi).

I precari nelle università e nei centri di ricerca sono circa il 50% del personale.
L'ultima discriminazione la trovo in bacheca, davanti alla mensa.


Seguendo l'esempio di qualche predecessore, ho aggiunto un "Min. 65 anni"...