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lunedì 29 novembre 2010

Wikileaks: an english title for non-italian news

Da ieri sera, sono disponibili per i comuni mortali informazioni piuttosto riservate (poche quelle top secret) sulla politica estera americana, fornite a Wikileaks da un giovane soldato 23enne americano schifato dal sopruso del suo paese a danno degli iracheni.

Le informazioni, vagliate ed interpretate (essendo in gergo militare), saranno disponibili parzialmente presso un gruppo di giornali che le pubblicherà nei prossimi giorni.

New York Times, Guardian, El Pais, Le Monde, Der Spiegel.
Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna, Francia, Germania.

Come sosterrebbe un fisico, non è importante avere le risposte esatte, ma porsi le giuste domande. Cercherò di applicare questo principio.

Prima domanda: come mai nella diffusione di una delle più grandi (se non la PIU' grande) fuga di notizie che la storia del Giornalismo ricordi non partecipa un giornale italiano?

Seconda domanda: è perché da noi la pubblicazione delle notizie non è una priorità o perché nel campo giornalistico internazionale non contiamo nulla?

giovedì 6 maggio 2010

Stupido è chi lo stupido fa

Ricordo chiaramente, verso la fine di uno dei più interessanti video mai visto su Youtube (Beppe Grillo e i 5 amici), la frase che coronava i 30 minuti di quel video:
"Questo non è il pianeta in cui stare se volete continuare a dormire!"

Mi è tornato in mente quando pochi minuti fa ho finalmente avuto il tempo di vedere il servizio della giornalista Jane Burgermeister ed il video integrale a cui lei fa riferimento, girato da un amatore il quale si dice essere poi stato assassinato.
Entrambi i video si riferiscono al clamoroso incidente aereo che in un solo colpo ha gambizzato l'elite polacca, lo scorso 10 aprile.

Solitamente, i media tradizionali bombardano massicciamente il nostro conscio ed inconscio di teorie ufficiali, semplici e lineari, bollando spesso come "ipotesi del complotto" quelle versioni alternative che presentano particolari inspiegati di un certo interesse.

Qui da noi, in Italia, siamo ormai così avanti (o indietro) che c'è solo da imparare. Ci è d'esempio il famoso caso del terromoto in Abruzzo. Le istituzioni spacciavano come realtà il "non c'è alcun pericolo", mentre altre realtà denunciavano forti dubbi a riguardo. Al di là del fatto che poi un terremoto ci sia stato, il punto chiave è che se non hai idea se un terremoto ci sarà o no, non puoi dire "state sicuri, non c'è problema". E' una informazione che non possiedi.

Allo stesso modo, la richiesta di chiarezza su fatti inspiegati non è complottismo. Il complotto lo fa chi lo ordisce, non chi chiede spiegazioni.

Per quanto riguarda il caso polacco, la Burgermeister espone dei fatti che richiedono chiarimenti:
- c'è un video che mostra la zona del disastro aereo pochi minuti dopo l'impatto che non riporta alcun cadavere, sebbene dovessero essere prensenti un centinaio di persone;
- sebbene sia stata inizialmente accreditata la versione di un ripetuto tentativo di atterraggio dell'aereo (4 volte), è stato in realtà constatato che l'aereo si è schiantato al primo tentativo;
- la scatola nera non riporta traccia di alcun problema nel funzionamento dell'aereo;
- nel video si sentono almeno 4 spari e si vedono chiaramente delle persone presenti sul luogo del disastro pochi momenti dopo l'impatto;

Alcune considerazioni:
- la polonia è una delle uniche nazioni europee ad avere opposto resistenza ad alcune politiche economiche speculative condivise da altri paesi europei, come ad esempio l'utilizzo del vaccino (anti)influenzale;
- la polonia è uno dei paesi europei col più basso debito pubblico;
- la polonia è uno degli unici paesi con un trend economico positivo negli ultimi 2 anni.
- non esiste a memoria di uomo un evento in grado di cancellare in un solo momento l'intera classe dirigente di un paese di circa 40 milioni di persone.

Andreotti ci insegna che a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia quasi mai. Guardando le immagini del Tupolev in fiamme la prima cosa che salta all'occhio... è la presenza di un aereo!

E dire che, dall'11 Settembre in poi, le cosiddette teorie ufficiali hanno fatto di tutto per scovare i principi chimico-fisici che hanno fatto svanire nella polvere sia il Boing 757 che ha colpito il Pentagono che quello cascato a Shanksville, aerei con le stesse misure del Tupolev di cui sopra, 48 metri di lunghezza e apertura alare di 38 metri.

Quello che scompare, in realtà, è il nostro buon senso. Come quello che ancora oggi fa credere a tantissime persone che sia possibile che le Torri Gemelle siano crollate a causa degli impatti aerei (franando su loro stesse in soli 10 secondi).
E dire che all'esistenza di dio, senza prove, crediamo senza fatica...

mercoledì 5 maggio 2010

Sentinelle del proprio territorio

Riporto per intero la lettera pubblicata su Byoblu.com a firma Bruno Panuccio, padre di Sara morta a Ventotene il 20 Aprile, con la speranza di rappresentare un piccolo ma significativo pezzo dello spargimento di queste parole.
Sara rappresenta l'ennesima vittima banale di un territorio (il nostro, quello italiano) che ha fatto dell'indifferenza e di un certo tipo di ipocrisia la sua vettura verso una insignificante sopravvivenza.

"Sono il padre di Sara Panuccio, una delle due ragazze scomparse a Ventotene il 20 aprile 2010, a causa della frana del costone di Cala Rossano.

È giunto il momento, anche se mi è enormemente difficoltoso, di far conoscere il mio pensiero in merito alla vicenda che ha stravolto la vita della mia famiglia. Mi è d'obbligo uscire dal silenzio doloroso dopo aver ascoltato parti di servizi televisivi standardizzati ed ai quali siamo abituati nel nostro vivere quotidiano.
Questa è la mia testimonianza, che rendo nelle vesti di cittadino comune ancor prima che in quelle di padre, e che non è dettata quindi da interessi personali.

Dopo aver appreso la notizia, siamo stati elitrasportati sull isola ed ancor prima di giungere abbiamo sorvolato la zona della tragedia. Passato il momento più tragico della mia vita, quello di dover vedere
mia figlia morta - e su questo non mi soffermo perché ognuno di voi può comprendere il dolore e lo stato d'animo -, siamo stati caricati su varie automobili e condotti al centro del paese, in un triste corteo. Ma mentre i genitori di Francesca son giunti direttamente a destinazione, io ho fatto fermare l'automobile in prossimità del luogo maledetto.

Disceso dalla vettura, sono andato in spiaggia tramite una scalinata daccesso invitante e mi sono avvicinato alla zona, che in quel momento era sorvegliata e perimetrata dalle forze dell ordine, come è prassi in questi casi. Mi è stato permesso laccesso. Volevo vedere, toccare e maledire quella che fino a quel momento nella mia testa, grazie alle notizie giunte, era la roccia che aveva tolto la vita a Sara e Francesca.

Quando ho toccato i massi ho scoperto con grande stupore che erano solo un insieme di terra che mi si è sbriciolata tra le mani. Non avevo mai visto il tufo prima di quel giorno, o forse pur avendolo osservato non mi ero mai posto il problema della sua fragilità.
Così, incurante dei richiami a fare attenzione, tesi a mettermi in guarda dal pericolo ( avevo appena visto mia figlia morta, come avrei potuto avere paura per me stesso? ), e dei divieti dei Carabinieri ad avvicinarmi oltre, sono giunto fin sotto al costone. Ho dato un paio di pugni neanche troppo violenti alla parete, e la conseguenza è stata quella di vederne franare un'altra piccola parte (ci sono vari testimoni), tra le urla e gli allarmi dei presenti ( "Attento", "Torni qui", "Si tolga", "E' pericoloso" ).
Ho dato le spalle al costone cercando lo sguardo del mio amico Valerio e, allontanandomi, ho visto ormeggiate in acqua a pochi metri molte barche. Solo successivamente ho saputo della presenza di un Circolo Velico.

Ho osservato molto attentamente il costone ed ho notato quanto segue:
  1. Non vi era alcuna rete di contenimento sulla parete;
  2. Non cera nessuna restrizione all'accesso nelle vicinanze delle pareti, sia a destra che a sinistra rispetto al punto della frana;
  3. Non vi era alcun cartello che segnalasse il pericolo di possibili crolli o invitasse a tenersi a distanza dalla parete;
  4. Sopra il costone cè la strada dove io mi son fermato con l'automobile e di lì passano mezzi pesanti quali ad esempio i camion. Quindi il tufo, già debole di suo, è soggetto a tremolio e sollecitazioni nocive alla stabilità della parete;
  5. La parete in più di un punto è cavernosa e quindi non compatta.
Ed ora le mie riflessioni.

L'economia dell'isola di Ventotene deriva i suoi maggiori introiti dal turismo scolastico: per il Lazio e per Roma in particolare è una delle destinazioni preferite per avvicinare i giovani alla conoscenza ed al rispetto della natura. Comprendo quindi l'interesse dell'amministrazione locale a far sì che questo flusso non venga mai interrotto.

So che è stato dato incarico ad alcuni geologi di periziare l'intero perimetro dell'isola, e che già in tempi passati sono stati lanciati allarmi da diversi studiosi ed anche da molti residenti circa il concreto pericolo di franosità in vari punti. A tutt'oggi pare che, dopo l'ultima relazione, quasi tutto il perimetro sia stato dichiarato inagibile o perlomeno messo in sicurezza, ad eccezione di pochi punti tra i quali la Caletta in oggetto (nelle cui vicinanze si fanno anche attività velica e commerciale legate al turismo stesso).

Oggi io domando che siano accertate le eventuali responsabilità o negligenze in relazione alla scomparsa di Sara e Francesca. Ho sentito usare da molti media l'espressione tragica fatalità, ma fatalità in italiano è il termine che si usa per riferirsi a un evento imprevedibile, quali ad esempio un incidente o un cataclisma naturale. Questo mi indigna come cittadino oltre che come padre di Sara. In questo caso, la fatalità si può riscontrare solo nei nomi e nel numero delle vittime: fosse successo in una domenica estiva, si sarebbe trattato di una strage, l'ennesima.

Viviamo in un paese nel quale si dovrebbe incominciare a pensare che ogni qualvolta accade una tragedia di questo tipo, anche a mille chilometri di distanza, sono sempre e comunque i nostri figli a morire. Oltre alla solidarietà per le vittime e per le loro famiglie, dovrebbe parimenti levarsi anche l'indignazione nei confronti di chi dovrebbe salvaguardare il cittadino e non lo fa (per lo stato e per i governi, di qualsiasi colore essi siano, questo è il primo dovere).

Bisogna dunque farsi sentinelle del proprio territorio, denunciare ed attivarsi in prima persona affinché, alle perdite di vite umane inevitabili, non se ne aggiungano anche altre, inutilmente e colpevolmente. Bisogna comprendere una volta per tutte che le nostre condotte non devono mai rendersi complici di un silenzio assassino, e nel conto mi ci metto anche io in prima persona.

Vi ringrazio per aver avuto la pazienza di leggere questo lungo scritto, ma la televisione ha tempi troppo brevi, che mal si addicono a lunghe riflessioni, magari costrette enro i tempi serrati tra uno spot e l'altro, e vi prego di condividerlo se credete, oltre che sul web, nei vostri posti di lavoro oppure ovunque lo riteniate opportuno.

Bruno Panuccio - 30 aprile 2010"

martedì 20 aprile 2010

Costo ambientale

Quoto qui un commento trovato sul Muro del pianto, nel sito di Beppe Grillo, di un utente a nome G Muccio (Bologna), che descrive un punto di vista incredibilmente condivisibile.

<<
Se venisse applicato il costo ambientale ai prodotti importati il mondo cambierebbe. In meglio.
La delocalizzazione selvaggia sta provocando impatti devastanti all'ambiente (che si apprezzeranno a medio termine) ma soprattutto, a breve termine, impatti devastanti sul sociale. Penso a quello che diceva Grillo in un suo spettacolo: "La Danimarca esporta 4 milioni di biscotti negli Stati Uniti ogni anno, gli Stati uniti 4 milioni di biscotti in Danimarca ... perché non si scambiano la ricetta?". Trovo assurdo che siano concessi dalla Stato Italiano ecoincentivi sui prodotti che consumano meno, non considerando il grado di inquinamento che provocano venendo dall'altra parte del globo. Si dovrebbe riconoscere il 100% dell'ecoincentivo per i prodotti che debbono effettuare "solo" un certo numero di km per arrivare al consumatore finale, una % minore per la fascia successiva e così via fino ad arrivare allo 0%. Lo stesso per l'IVA ..... meno km fa il prodotto, meno è la % dell'IVA sul prodotto. Più sono i km e più aumenta l'IVA . Scommettiamo che non solo i ns imprenditori non delocalizzerebbero ( ... lo fanno anche per disperazione) ma ci sarebbero imprenditori stranieri che, per vendere in Italia, aprirebbero filiali da noi?
>>

Non dico niente di nuovo, ma comprare al supermercato prodotti che hanno origine nella propria regione e nella propria zona è uno dei mezzi più semplici per esprimere la propria opinione, molto prima cha andare a votare.

giovedì 5 novembre 2009

La ri-balta della nuova specie: uno studio dell'Opportunistas negationistas

Un tempo, si diceva che gli unici votanti di Berlusconi fossero gli ignoranti e gli opportunisti. I primi erano metodicamente indottrinati dal potere mediatico, i secondi erano quelli non ascrivibili ai "coglioni" o, per dirla con le parole del pensatore-palazzinaro Ricucci, erano i "furbetti del quartierino" (dal Nuovo Garzanti/Devoto/Oli per la prima volta insieme: "coloro che sfruttano una opportunità di breve respiro credendo erroneamente di aver svoltato per la vita").

E' possibile dire con una certa precisione che ad oggi (Novembre 2009), dopo 15 anni di berlusconismo in continua evoluzione (si pensi solo che nella discesa in campo del 1994 Berlusconi aveva contattato Di Pietro per fargli da Ministro della Giustizia, roba che i sinistrorsi non hanno pensato neanche a partire da due anni dopo, con Prodi), è possibile dire, dicevo, che la fauna italica si sia bio-diversificata, spinta appunto da questo stress evolutivo.

Ad oggi, le macro categorie Servi-Opportunisti sono sempre valide, ma hanno speciato (in linguaggio scientifico, hanno dato origine a specie diverse).

Fra gli Ignoranti, a lato dell'Ignorante ingnorantis, razza pura, dal DNA geneticamente stabile fin dai tempi più remoti, si è sviluppato stabilmente l'Ignorante servus. Quest'ultimo, in realtà ormai da tempo presente sulla piazza, deriva direttamente dal ramo bondiano del credo biscionano. Ne fanno parte coloro che sono in completa adorazione del personaggio Berlusconi. La loro ammirazione risiede non nel come, ma nel cosa: ovvero, chissenefrega di quello che fa, il fatto è che c'è sempre lui, sempre lì. Che uomo! Deve pur valere qualcosa! Ne segue un sussurrato, intestino: Io non sarò mai così. Il resto è storia nota.

Fanno solo erroneamente parte di questa categoria i servi consapevoli, coloro che recitano la parte da servo avendo però in testa un piano ben allocato. In questo caso si parla in Biologia di Evoluzione Convergente, ovvero si scopre che per un determinato contesto-ambiente esterno, una certa soluzione è quella che garantisce maggiori probabilità di sopravvivenza. Quest'ultimo caso di servitù va in realtà ascritto agli Opportunisti puri.

Gli Opportunisti si dividono appunto nei duri e puri (Opportunistas opportunistas) e nella specie relativamente nuova degli Opportunistas negationistas. Dico relativamente in quanto la Storia è piena di casi del genere, non ultima quella italiana. Ma la prepotente ribalta di questa categoria ha radici recenti, dovuta proprio a quest'ultimo giro di vite del berlusconismo ("L'etat c'est moi"; "Viva l'Itaglia, viva Berlusconi"). Il negazionista, per quanto a prima vista appartenente ad una categoria a sè, in realtà fa parte degli Opportunisti. Oltre al caso evidente di negare per pubblico tornaconto (penso e parlo: Ghedini, Ferrara o ogni politico del centrodestra e/o centrosinistramanontroppoperl'amordiddio), tocca anche sfere minori di cittadini comuni, i quali di pubblico non hanno niente, se non la loro normale e banalissima vita. Come è possibile giungere a questo fenomeno?

E' altamente probabile che il loro negare poggi i piedi in una incapacità di accettare la loro condizione. Non riuscendo a sopportare il peso di ciò che vedono attorno a loro (una civilità decadente e priva di valori) la negano fortemente, arrivando a combattere con "sincerità" chi continua a puntare il dito. Le definizioni "moralista" e "giustizialista" sollevano spiritualmente questi individui, donando un sostegno dialettico alle loro ansie. Similmente lo fanno le evoluzioni logico-grammatiche di un Feltri come di un Bel(?)pietro. Il feedback generato da questa lotta è per loro certamente positivo, in quanto dà dei nuovi valori a persone che non sanno più che fare di quelli vecchi passati in evidente disuso (spesso pure "buoni", nel senso della sostenibilità sociale di tali valori). Il feedback negativo, antecedente e il più delle volte mascherato alle loro coscienze, è che loro stessi hanno indotto con i loro atti (in primis una prepotente ed arresa indifferenza) l'instaurarsi ed il consolidarsi di tale imbarbarimento sociale.

Mentre per le altre specie il debellamento è semplice e relativamente breve (non appena morto Berlusconi cadranno tutti dal pero. I primi a farlo, con un certo vantaggio, saranno ovviamente gli Opportunisti puri), la risoluzione del fenomeno negazionista è lunga e difficile. Questi, venendo meno il loro nuovo sostegno esistenziale, rimangono smarriti e persi per la seconda volta. Fisiologicamente questo genererà in loro un imbastardimento molto forte, che li porterà a sostenere ancora con più forza le loro idee ormai drammaticamente fuori moda. Finiranno ancora più chiusi ed imbronciati, fedeli ad un periodo lontano dal tempo (e per questo ancora più sicuro da eventuali critiche oggettive: che ne sai tu, non c'eri). Nel caso di riprese sociali titubanti (frequenti a seguito di dittature del calibro berlusconiano), i negazionisti possono essere pericolosi. Se accedono nelle stanze dei bottoni (anche in quelle con un bottone solo), con la loro sicurezza possono arrivare ad influenzare "quelli che non c'erano", instillando il virus della negazione o almeno il suo dubbio. Per una più ampia casistica in merito, si consiglia una ricerca più approfondita sui negazionisti della Shoah.

sabato 17 ottobre 2009

Il Fatto Quotidiano, effetti collaterali

Ricordo chiaramente Sabina Guzzanti ad Annozero (anni fa, forse era la prima edizione), comunque da Santoro, sostenere un punto di vista del tutto condivisibile, qualcosa che suonava come: "Molta gente programmi come questi non li guarda neanche più perchè non sopporta di ascoltare come vanno le cose, sapendo che poi non può fare niente".

Nonostante questo condivisibile punto di vista, mi sono abbonato a Il Fatto Quotidiano. L'ho fatto dopo molto tempo che ci giravo attorno. Ho seguito il lancio dall'inizio e mi sono sempre chiesto se facessi bene. Il punto è che quel target di persone di cui faccio parte, che non accende la tv da 10 anni, le informazioni già le cerca indipendentemente dai media tradizionali, quindi perchè spendere soldi veri (poi neanche tanti, a dirla tutta) per qualcosa che ho già? Una domanda affatto scontata per la mia "generazione mille euro".

Alla fine mi sono abbonato, e l'ho fatto per 2 motivi principali:
(1) finanziando il progetto di mettere su carta tutta una serie di autori di cui ti puoi fidare, che leggi e cerchi in rete, covi la speranza di inoculare il virus a tutta quella fetta di persone che il tuo lavoro di ricerca non lo fa, ovvero non si smazza a cercare su internet;
(2) e qui si arriva alla "generazione mille euro", avere comodamente a casa consegnato il giornale dove ci sono buona parte delle notizie che cercavi, riduce notevolmente lo sforzo di cercartele da te. Una comodità. Per i liberi cercatori, una perdita. Che, ci siamo imborghesiti? Suppongo che i linuxiani che hanno visto nascere Ubuntu sotto i loro occhi senza poterci fare niente abbiano avuto lo stesso prurito.

Ora, il problema principale di leggere tutte assieme le notizie su Il Fatto, è che si genera un effetto collaterale indesiderato (a pensarci scontato) e che prima cercavo di interpretare con la Guzzanti. Ovvero, leggendo un'Italia nuova, tolto il velo (o meglio lo strato di plexiglass alto 10 centimetri) che la realtà mediatica ha posto fra noi e la realtà reale, fra noi ed il senso delle parole, fra noi ed il buon senso, ti arriva una botta incredibile. Un colpo che stordisce e che alla fine, se non si fa attenzione, ti può nauseare.

Perchè la realtà di fondo non cambia, ovvero l'assoluta impotenza di fondo rimane la stessa.

Il mio giudizio finale è certamente quello che il Fatto Quotidiano vada letto, anche se con cautela. Perchè impone, alla fine, di prendere atto della situazione. Non si può più dire: "Io non sapevo". Leggerlo è come prendere la pillola rossa. Dopo non c'è scampo: o vieni spinto moralmente ancora più in basso o diventi qualcosa d'altro.

E su quest'ultimo punto, tornerei in futuro...

Unisci i puntini e trova le differenze

Faccio da cassa da risonanza ad un post di Byoblu.

Lo so, che lo sapete. Sappiamo tutto.
Che poi forse alcuni di voi già lo avevano. Io ne entro in possesso solo ora. Ammetto che il fatto che siano fotocopie dell'originale aggiunge veridicità.

Parlo del "Piano di Rinascita Democratica" della P2 di Licio Gelli, sequestrato nel Luglio del 1982.

Che Gelli avesse benedetto Berlusconi nell'attuazione del Piano è storia nota, addirittura alla Rai. Pare evidente comunque, leggendo, l'aiuto incredibile della sinistra italiana, anzi direi che è semplicemente innegabile.

Una buona attività può essere quella di munirsi di penna e trovare le differenze con la situazione politica attuale (vedrete che saranno poche).

Per scaricare il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, cliccate qui.

P.S. Non posso fare a meno di notare, a latere dell'intervista riportata sul link di cui sopra a RaiNews24, un commento trockista di Gelli, che così si esprimeva sul Lodo Alfano:
Rispondendo ancora ad una domanda dei giornalisti sul 'lodo Alfano',
Gelli ha poi aggiunto che "l'immunita' ai grandi dovrebbe essere
esclusa, perche' al Governo dovrebbero andare persone senza macchia e
che non si macchiano mai".
Un catechista.

domenica 20 settembre 2009

Q

E io che credevo... Credevo che niente valesse più la pena. Che era meglio il silenzio. Che era tutto artefatto. In un paese di anime perse e senza Dio quale quello in cui viviamo, in cui ognuno si vota alla sua personale causa (frega il prossimo tuo, come te stesso...) e se ne fotte di cercarne una comune, pensavo niente valesse la pena. Che fosse stupido mettermi qui a scrivere. Di che? Di pensieri profondi? A chi interesserebbero più? Suonerei come il solito benpensante rompicoglioni. No, meglio lasciar stare. Parlare di cazzate? Di buffe scoperte in rete? Di vuoti aneddoti che il tempo si porta via? Perchè? Per riempire quale vuoto? Perchè scrivo? Perchè scrivo in rete?

In un tempo ed un luogo come questo, a che serve dialogare? Ogni discorso che fai, lo conosci. Di ogni storia sai la fine. Tutti sanno tutto. E nessuno sa niente. Dunque, tutto è noia. I libri si giudicano dalla copertina. Neanche si aprono. Non si entra nel merito (merito?!). Corri veloce da un posto all'altro, senza porti mai vere domande, la pelle ha un solo sottilissimo strato, tanto sotto sai che c'è un sacco vuoto, uguale agli altri.
Allora via, meglio non pensare, meglio non guardare, meglio fregarsene e camminare senza più pretendere di avere una metà, di avere qualcosa da vedere, da conoscere, da condividere.

Ma è una presunzione. La curiosità è sempre lì.
Sarà questa la vita? Sarà questo il senso? Sapere come va a finire? Farlo per sè stessi?
Quale motivo ti trascina davvero?

"La felicità è vera solo quando è condivisa".

E se nessuno la vuole condividere? Se quello che sai non interessa a nessuno? Si può vivere di sè stessi? E' forse egoistico? Una masturbazione inutile, che lascia il tempo che trova, da lasciare danzare negli angoli del tempo come la polvere quando cambi l'aria, senza che nessuno se ne curi davvero?

Arduo. Alzi la testa e cerchi di farti un'idea generale. Tempi duri, per chi vuole continuare a vivere. Per chi vuol conoscere. Per chi c'ha addosso questo fuoco e non sa che farsene. La gamba, frenetica, sobbalza mentre scrivi. I denti digrignano fissi il nervosismo che li mastica. L'odore del caffè ti accompagna in ogni momento della giornata. Dove davvero vuoi volgere lo sguardo?
Credi servirebbe ritrovarsi con le solite facce a dire le solite cose? Ascoltare le solite bocche che dicono di parlar chiaro (e magari lo fanno per davvero), per sentirsi rincuorati di non esser soli a vederla così? Finisci che ti senti più solo che mai, chiuso in una gabbia che hai costruito sbarra per sbarra, aggrappandoti a chissà quali limpide teorie. Naufrago su un'isola dove hai scelto di andare a morire, lontano da tutto, da tutti.
E' brutto sentirsi chiusi fuori, ma forse è ancora più spiacevole restare chiusi dentro (Virginia Wolf, "Una stanza tutta per sè").

Eppure la curiosità è lì sotto. E' una brace che arde quando il fuoco è spento, che si ritira su da sola, respira l'ossigeno che le serve senza che nessuno glielo debba somministrare. E' indipendente. E' viva. Non ha bisogno di sondini che la tengano in vita, la curiosità. Non ha bisogno di sottane bianche che le dicano a che Dio piegare il capo. E' laica. E' indipendente. E' memoria ed azione. E' RNA. Qual'è il suo scopo? L'essere. L'essere ora. Non ieri, o domani.
Ora. Adesso. Qui.

"Non esistono verità, esistono solo opportunità".

Quanta cinica violenza dietro queste parole. E quanta violenta libertà. Quanta dirompente voglia di riprendersi sè stessi e sprezzo per quel gelo là fuori.
Opportunità. Opportunità per conoscere.
Non ricordo chi disse: "Se vuoi cambiare il mondo, non cercare di combatterlo. Crea qualcosa che renda il vecchio obsoleto".

Il cinismo t'ha quasi vinto quando sulla tua strada ti imbatti in Q. Mentre scorri le pagine t'accorgi d'essere letto. Da lui. Che mette la punteggiatura alle frasi che la tua curiosità (in silenzio- sotto la cenere) lasciava scritte dentro di te. La cosa più strana (e forse radicante il sentimento di autenticità del tuo essere) è trovare altri che con letture diverse, di età diverse, finisco per dirti ciò che avevi pensato: "E' come se tutto quello che vedi e che leggi si incastri a formare uno stesso disegno" (V.M.).

"La vita è un'occasione di felicità" (Tiziano Terzani, "Un altro giro di giostra")
Errata corrige.
La vita è un'occasione per vivere.
Se tanto poi dobbiamo morire, tanto vale provarci.

E allora proviamoci.
Certo, per noi stessi. Ma anche per gli altri. Sì, per altri che non conosci, di cui ora non t'importa. Altri che magari un giorno si faranno un'idea organica di come stanno le cose. Si faranno una loro idea.
E magari (magari) avranno attinto un piccolo pezzo da quello che hai detto tu.
Perchè davvero, alla fine, "omnia sunt communia".

venerdì 29 maggio 2009

L'ansia di vivere

Sono ormai rientrato in Italia da diversi giorni. Il rientro non è stato così traumatico come mi avevano detto. Forse perché in certi aspetti sono apocalittico e credevo chissà che. Certo è che in questo momento non sono nè qui nè lì. Mi sento ancora in un limbo, sospeso da tutto. Ripensandoci, probabilmente non è stato traumatico perché non sono ancora rientrato...

Non nascondo che ci sono molte cose alle quali ho pensato in questi giorni. Ci sono moltissime riflessioni su cui varrebbe la pena di fermarsi a ragionare. Eppure sembra che non ci sia mai il tempo. Ecco, il tempo. Sebbene si sia del tutto persa nel nostro paese la differenza sostanziale fra realtà virtuale e realtà reale (perfettamente compenetrate l'una nell'altra), sebbene la crisi economica sia qui in mezzo a noi, su di noi, sebbene, ben peggiore della crisi economica, la coesione sociale sia ormai ad un passo dal tracollo totale, ecco nonostante questo, noi italiani non abbiamo mai il tempo. Corriamo. Sempre. Freneticamente. Ma per andare dove, di grazia?

Ho certamente vissuto una parentesi all'estero nella quale alcuni aspetti non corrispondevano ad una realtà comune, nel senso che sapevo sarebbe stato un periodo di 3 mesi e dunque mi sono imposto (o concesso) cose che mai avrei permesso se il periodo fosse stato di 3 anni. Nonostante questo, una incredibile assenza di ansia ha caratterizzato quei 3 mesi, un'assenza di cui non vorrei più fare a meno in tutta la mia vita. Per quello che ho visto io (consideriamola pure una verità relativa alla mia sola esperienza, perché no) non ho trovato nei tedeschi in genere quell'atteggiamento di ansia che domina la vita italiana. Certo, anche loro hanno problemi, anche loro si pongono domande sul futuro, anche loro piangono, sono in crisi, quello che volete. Ma nei loro comportamenti, la tipica fretta ansiosa, quella sensazione di dover fare tutto e subito, anzi per ieri, di dover correre perché se no altrimenti... bene, quella non c'era. E come si viveva bene santodio. Perché alla fine della giornata, ciò che conta è che tu le abbia fatte certe cose. Punto e basta. Questo atteggiamento ricade secondo me in un'altra confusione, quella fra i tempi tecnologici ed i tempi biologici. In questi anni in cui un click cambia una situazione, i tempi biologici rimangono lenti, perché lo sono di natura. Non si può credere di riposarsi un attimino, nella frenesia totale delle milioni di cose da fare in un giorno. Farle con l'ansia del correre non le fa migliori e non ti fa migliore. Anche perché non c'è mai fine alla corsa. La corsa diventa la tua vita. Puoi morire domani, e rimarrai come quello che è morto dopo una vita ansiosa fatta di corsa.

Certe persone qui da noi usano questo tipo di freno per non fare nulla, per dire "Tanto tutto è uguale". Ecco, questo è il tipico uso sbagliato di uno strumento giusto (o meglio, giusta è l'applicazione, non lo strumento per sè).
Che si facciano le cose, che si lavori, che si produca qualcosa di nuovo (e magari pure di nostro). Che si conosca. Insomma che la si viva (ma per davvero) questa benedetta vita.
Ecco, ma senza ansia, please...

martedì 28 aprile 2009

La rivincita del perdente

Sono oramai alla fine del mio periodo tedesco e sto iniziando a tirare le somme di questo mio incredibile periodo. L'ultimo aggettivo vi fa capire che le cose sono andate bene.
Sinceramente, ero venuto qui con la speranza di aprire diverse porte e trovarci dentro qualcosa o, al massimo, non trovarci nulla ma sentire di avere le carte per poterle riempire.

Dato che le ultime parole sono solitamente quelle che restano più impresse, comincerò in questo post a parlare dei difetti e delle mancanze che qui ho trovato.

Qui manca il caos. Non lo dico in maniera tendenziosa, manca davvero.
Cosa implica questo? Per farla breve, implica che molto spesso quando tutto va bene si è impreparati all'arrivo di un problema. Non avendo da tanto tempo le antenne alzate, prima di capire cosa accade e poi proporre una soluzione passa un po' di tempo.
Questo problema logistico, però, non mi interessa granchè. L'atteggiamento comunque spartano di un certo tipo di "tedeschitudine" non si formalizza quando c'è da rimboccarsi le maniche. In caso di problemi quindi possono avere degli iniziali rallentamenti, ma poi si riprendono e rimettono in gioco la loro proverbiale efficienza.

Quello che umanamente mi interessa molto di più e mi secca ancora di più è quell'atteggiamento di superiorità che può instaurarsi in qualche ben pensante quando si parla di italiani (tra l'altro per i benpensanti dovrebbero venire comunque da noi, dove in panchina lasciamo i professori emeriti).
Uno dei luoghi comuni più forti (e difficilmente sradicabili) è appunto quello dell'italiano mafioso, che si lamenta, che non lavora (ultimamente è tornato anche razzista). Dalla sua, il tedesco benpensante si sente migliore, perchè lui certe cose non ce l'ha, figurarsi!

Il problema sta nel fatto che il tedesco, per non avere la mafia al governo o avere i tram che funzionano non è che faccia molto. Certo, la società ha i suoi meccanismi, ma è appunto questo il fatto: il cittadino è un meccanismo. Se "alcune" cose funzionano non è merito suo. Semplicemente non accadono. Gli italiani negli ultimi 20 anni sono scesi in piazza a manifestare il loro dissenso in ogni forma, organizzano associazioni di ogni genere per tutelarsi dato che lo stato centrale non lo fa. Alla fine di questo si lamentano, non prima. Perchè che ci lamentiamo è vero, come è vero che ce n'è motivo.

Questo atteggiamento mi ricorda quelli di Firenze che si vantano di abitare nella città più bella del mondo declamando tutti gli altri agglomerati urbani sparsi per la terra delle merde fumanti quando, in tutta la loro vita, non hanno mai mosso un dito per contribuire a farla bella: come se il Rinascimento fosse opera loro.

Questo atteggiamento superiore ce l'hanno in molti all'estero rispetto a noi e, sinceramente, non è difficile capire perchè: l'italianità che ho visto qui è comunque esclusivamente relegata al cibo ed alla mafia. Punto.

Ma, dall'altra parte, a me rimane fisso in testa un dubbio:
io, se proprio dovessi andare orgoglioso di qualcosa, lo sarei di qualcosa che ho fatto io. No?

sabato 11 aprile 2009

Fino a quando?

Fino a quando riusciremo a fare finta di niente?
Fino a quando riusciremo a demandare agli altri responsabilità nostre?

Ho seguito da quassù la vicenda del terremoto abruzzese.
Youtube ed internet sono una fonte smisurata, per chi vuol farsi un'idea critica e si vuole cercare le informazioni.
Premetterò un sembra ad ogni affermazione, così come si deve quando uno si pone le domande e cerca le risposte. Ma il fatto che uno aggiunga sembra, non significa che la frase non abbia valore (il principio secondo cui uno non è colpevole fino a quando non è giudicato definitivamente è valido, ma non significa che non si debba indagare!).

1-Sembra che il numero dei morti diramato dalla Protezione Civile sia calcolato con criteri raccapriccianti.
2-Sembra che un certo Giampaolo Giuliani, tecnico di ricerca dell'INAF, avesse previsto l'abbattersi di una forte scossa in quelle zone.
3-Sembra che qualcosina di più si potesse fare, per limitare un inevitabile fenomeno della natura.

Adesso i dati certi.
1-Giampaolo Giuliani aveva ricevuto un avviso di garanzia per procurato allarme (Corriere della Sera; Repubblica) ed è stato definito un imbecille da Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile.
2-La stampa, mentre ancora si cercano i morti, è tutta dedita a screditare l'uomo e lo scienziato Giuliani (Roberto Santoro su l'Occidentale; Andrea Holzer su l'Occidentale; Federico Novella su il Giornale; Giuliano Ferrara su Panorama).
3-Giuliani non fa ricerca da solo ma ha colleghi che stimano e sostengono le sue idee scientifiche, i quali nel momento peggiore in cui tutti lo screditano, si sono pubblicamente schierati in suo favore.
4-L'uomo Giuliani si trova in questo momento sfollato con la sua famiglia e senza alcun tipo di difesa.
5-Il TG1 fa festa fornendo senza motivo i numeri dello share a seguito della catastrofe, vantandosi dunque che qualcuno finalmente lo guardi.
6-Berlusconi non trova di meglio da dire se non che per gli sfollati sarà come essere al campeggio.

Ora, a parte il fatto che Berlusconi riesca a concentrare su di sè l'odio di tutti anche quando non è colpevole (il che, se possibile, ci dice ancora qualcosa in più su quanto mentalmente deviato sia) e senza voler dare credito scontato alle parole di Giuliani (perchè come al solito la verità non la sapremo mai, tanta è la polvere che ti lanciano negli occhi), io credo che quando si tratta di vite umane non ci siano soldi che tengano. Non si tratta di allarmismo, si tratta di amare la vita ed accettare che, a costo di creare un po' di panico e molte noie, si potrebbe rimanere vivi!

La politica dell'avvoltoio a cui siamo assuefatti non ci fa rendere conto che siamo disposti a risparmiare denaro per evitare il probabile sacrificio di vite umane. Ma chi cazzo lo ha detto che spendere soldi ed energie per evitare un probabile terremoto sia uno spreco? E che dire adesso che i morti sono centinaia? Che è colpa della Natura? E perchè non di Dio, allora?!

Fino a quando non metteremo la responsabilità dentro a noi stessi invece di scaricarla in qualcun'altro (Dio, la Natura, Berlusconi, i Comunisti, gli Immigrati, gli Americani, i Fascisti, l'altro) saremo destinati a vivere soffrendo.

domenica 1 marzo 2009

La potenza devastante della rete

Nel primo giorno di festa concesso dal massacrante lavoro in laboratorio, mi sono finalmente seduto davanti al pc (come al solito), per spippolare su youtube e mi sono ipereccitato davanti alla potenza incredibile di internet. Non voglio tediarvi troppo, ma il fatto è che ogni strumento potente cela in sé grandi possibilità, sia positive che negative. La forza di quelle positive, quando la vivi, riesce sempre (se ami la vita) a farti sopportare le drastiche conseguenze di quelle negative.
Lungi dall'essere questa (che vi sto per mostrare) la vera potenza della rete, da insignificante amatore della musica non posso però che rimanere affascinato nel vedere il contagio del virus della creatività.
Uno degli youtuber più originali esistenti oggi è senza dubbio Lasse Gjertsen, creatore di alcuni video assurdi (visualizzati milioni di volte da altrettanti milioni di persone in tutto il mondo) in grado di generare svariati tributi da persone assolutamente sconosciute in giro per il mondo.
Uno dei video certamente più innovativi è Amateur, dove viene perfezionata una tecnica già utilizzata in uno dei primi video postati da lui (Hyperactive) di editing video abbinata ad un buon orecchio musicale ed una incredibile immaginazione.

A seguito di Amateur, come anche di Hyperactive, l'idea originale di Lasse Gjertsen, divertente ed innovativa al tempo stesso, ha fatto proseliti di ogni tipo. Gente in giro per il mondo ha utilizzato la sua tecnica (o altre) per fare, per creare, per provare. Questa cosa, personalmente, mi manda fuori di testa (in senso buono, ovviamente).
I migliori risultati che ho trovato sono linkati qui sotto.

Comptine d'été n°3 (Re: Amateur - Lasse Gjertsen)

clone band / tribute to lasse gjertsen - amateur

Re:Amateur - Lasse Gjertsen - soup injection

Lasse Gjertsen Bass Guitar

inspired by Lasse Gjertsen- Master of Puppets (divertente ma musicalmente scadente)

sabato 10 gennaio 2009

Il dolore è uguale per tutti

Probabilmente dev'essere questa mia confusione umana, questa mia irrisolta uscita dal cattolicesimo verso un senso etico ancora non ben definitio. Chi lo sa, magari se uno è laico e vuole sviluppare un ché di spirituale, scopre che non finirà mai di porsi domande e che forse lo scopo è proprio questo: porsi tante domande da scoprire che non c'è quasi mai risposta definitiva.
Che questa sia o non sia la soluzione per maturare un po' di umanità e dare credito a quella teoria che vuole l'uomo non solo una bestia con un potente strumento quale il cervello è, ma un qualcosa di più (che poi le religioni chiamano a capo della natura secondo leggi definite fumosamente in tempi altrettanto fumosi), che questa sia o non sia la soluzione- dicevo- io la sto percorrendo, e fermo qui un quesito al quale davvero non ho dato alcuna risposta, non trovo via d'uscita.

Negli ultimi anni, con il lavoro, la vita indipendente e tutto quel gran casino che viene di conseguenza, mi sono trovato costretto a fare quello che tutti fanno quando si è costretti a diventare adulti: fare scelte, accettare compromessi, sopportare le conseguenze. Ammetto di non essere affatto bravo in queste cose e la mia arroganza rappresenta sia motivo di nuovi problemi che un ancora di salvezza. Ad ogni modo, queste condizioni hanno stravolto la mia visione della vita e, soprattutto, delle persone. Mi sono scoperto iena incapace di dare seconde opportunità, pronto a dare giudizi taglienti ed insindacabili (e pensare che in adolescenza facevo del giudizio "elastico" il mio cavallo di battaglia). Eppure, certamente non sul luogo di lavoro dove i rapporti umani sono regolati da quello scomodo strumento che è il denaro, ho dovuto ammettere che anche nelle peggiori persone ho avuto alla fine dei dubbi nel dare un giudizio definitivo.

Incredibilmente, sebbene potessi essere del tutto contrario alle idee di una certa persona, alla sua parte razionale, ritenendolo magari un perfetto cretino, mi sono trovato senz'armi nell'accettare che il suo dolore, anche quando interamente meritato, fosse comunque genuino e dovesse essere rispettato. Mi spiego: se uno fa del male agli altri e poi ne ricava sofferenza, anche se essa è meritata, è comunque autentica e la persona che la prova la avverte come vera. E non c'è alcuna differenza fra il dolore come lo avverte lui e come lo avverto io: è solo dolore. E questo ci fa uguali, anche se lui se l'è cercato.

Sia chiaro comunque che questo non ha niente a che fare con la giustizia giuridica: quando uno sbaglia, paga. Punto e basta. Il travaso di certi concetti alla società civile diventa buonismo ed italianità, un aspetto che odio con tutto me stesso. Quello di cui sto parlando io è lo spirito con cui si affrontano certe situazioni, e cosa è lecito aspettarsi come logica conseguenza.

Certamente, questa netta divisione fra cuore e ragione non si applica bene alla realtà e quando uno sta male cerca sempre una via di uscita ragionando sul perchè certe cose accadono. Ma in coloro che hanno per natura un animo piccolo, il dolore la fa da padrone e comanda il ragionamento; e questo è comunque vero per tutti: difficilmente si ragiona bene quando si sta male. Solitamente, anzi, il cervello va a cercare le vie di fuga più rapide (e non certo etiche) per uscire dalla crisi.

Provate allora per un attimo ad entrare nella mente di un vostro nemico, di un vostro odiosissimo collega, del pazzo per strada: nel momento in cui si sente rifiutato, isolato, offeso o ripudiato, la sua visione del mondo circostante si appiattisce e diventa uguale a quella di chi nelle stesse condizioni (ma ingiustamente) vi si trova. Le sue scelte, di conseguenza, saranno dettate dalla volontà di uscire da quello stato e non ci sarà ragione o etica, ma solo sopravvivenza.

Se dunque è quasi ingiusto che il dolore avvertito da ogni singola persona sia lo stesso, quale che siano le sue azioni, provate a pensare a quanto si incasina la situazione quando poi una ragione per nulla etica viene usata da un cuore offeso per rimediare alla situazione di urgenza. Compirà altri atti ancora peggiori.
Eppure, come possiamo noi a monte non rispettare a livello umano quel dolore che è uguale a quello degli altri?

martedì 9 dicembre 2008

Quale donna moderna da Sex and the City?

Da qualche mese, ho iniziato a vedere Sex and the City, una cosa che molti di voi avranno cominciato a fare anni fa.
Lo spirito vincente di questo telefilm è certamente lo sguardo schietto alle donne di oggi, le "donne moderne", ed al loro mondo. A dirla tutta, nel telefilm la loro vita è caratterizzata da una grande libertà economica, un lavoro solido (o una carriera rampante) e, soprattutto, una incredibile libertà sessuale, condizioni che sono proprie di una netta minoranza di donne odierne. Ad ogni modo, il punto per cui si è sempre distinto questo telefilm è di certo la libertà sessuale. Per libertà sessuale, si intende libertà di poterne parlare, fare, baciare, lettera e testamento. A questo riguardo, una delle battute sarcastiche più belle su Sex and the City rimane quella fatta in una puntata dal cane dei Griffin, Brian, il quale trovandosi su un divano in mezzo a due gay della sua città che guardano Carrie e le sue amiche, chiede un po' imbarazzato: "Ma cos'è questo? Un telefilm che parla di tre prostitute e della loro madre?".

Scherzi a parte, attraverso la vita di quattro diverse donne alle prese con i propri desideri, il proprio senso del dovere, la propria lotta per la coerenza e l'intreccio fra i propri semplici istinti e ciò che trovano ragionevole, Sex and the city non fa altro che mostrare il compromesso che ognuno di noi (maschi compresi) cerca fra ciò che è moderno e ciò che è vecchio, ma radicato. Apprezzo molto questo telefilm e lo trovo azzeccato in molte parti; e non vi nascondo che odio la protagonista (Carrie) ma amo Samantha, la quale vive la sua vita con una sincerità così smaccata che non si può fare altro che mostrarle "sincero" rispetto.

Ad ogni modo, devo anche ammettere che per la maggior parte dei ragazzi della mia generazione (compresa direi fra il '77 e l'83) questo telefilm non dovrebbe in sostanza dire niente di nuovo. Posso capire che in effetti sentire delle donne che parlano liberamente di sesso possa essere traumatizzante (o istericamente divertente) se hai più di 40 anni, ma se ne hai 28 ti dovrebbe essere già capitato parecchie volte (ed hai scoperto che c'era solo da prendere appunti).
Dalla terza serie ho cominciato a chiedermi: "Ok, cos'altro c'è oltre a questo?".
Mi rendo conto che lo spirito del telefilm sia sempre stato quello di sdoganare un solo concetto (ovvero "anche le donne hanno il diritto di poter fare quello che fanno gli uomini") e sono così d'accordo che è davvero noioso anche solo scriverlo, ma arrivati a questo punto, la domanda che mi sorge spontanea è: "E poi?".
Insomma, davvero non c'è altro da sapere sulle donne moderne? A metterla così, sembra solo che una donna di 40 anni in carriera con le libertà che giustamente le spettano, e che in una maledetta società maschilista non ha, non sia altro che una 17enne piena di soldi che vaneggia di amore come se non avesse mai avuto una relazione in vita sua (mentre si vede chiaramente che ne ha parecchie). Staccandosi dunque dal telefilm, che necessariamente finisce per gravitare attorno ad un po' di aria fritta e perde la possibilità di veicolare anche altri concetti, mi trovo spesso a chiedermi: che tipo di donna è quella moderna? Cos'altro c'è oltre alla libertà sessuale? Che altro c'è da sapere? Cos'altro c'è da fare, quali soluzioni alternative affrontare nella società occidentale, per rompere gli schemi ed inventarsi una donna nuova (ora che si può)?

Non voglio passare più alcuna serata (nè altri cinque secondi) sull'annoso problema del perchè un maschio che va con 50 donne è un latin lover, mentre una donna sarebbere solo una troia. Domande di questo tipo fanno venire l'orticaria in zone poco soleggiate del mio corpo e riconducono solo alla nota risposta che il messaggero del Quelo (al secolo Corrado Guzzanti) usava spesso per i suoi fedeli: "La domanda è mal posta".
Mi chiedo, alla fine di tutto, in che modo le donne moderne stanno sfruttando quella parità di diritti (quando la trovano, ovviamente) che gli spetta? A distanza di anni dalle lotte femministe, ora che alcuni, anche se non tutti, concetti sono stati ormai assorbiti, che se ne stanno facendo? Quale persona nuova sono riuscite a diventare, rispetto al banale, noioso modello di uomo imperante oggi?

A volte, non trovo niente di nuovo nelle donne di oggi e credo che la donna moderna non esista. Ma trovo tanti tristi esempi di Carrie frammista a Samantha, donne egoiste che fanno sesso gratis con chi capita, sbandierando questa come l'agognata libertà dal maschio dominante (ovvero, una stessa orribile copia del maschio di oggi per nulla invidiabile dal sesso femminile e per nulla innovativa).

Se mi state bollando come maschilista, sappiate che mi state davvero deludendo e non sono d'accordo con voi. Le mie domande sono genuine ed affatto tendenziose.
Ma vi concedo che forse dovrei lasciarvi più spazio, se siete donne, perchè anche io, se mi guardo attorno, non riesco a trovare alcun modello di maschio di cui condividerei le scelte.
E probabilmente, anzi certamente, questo è lo stesso problema che le donne moderne affrontano oggi, quando si ritrovano alcune libertà che le loro nonne non avevano, ma scoprono che l'unico modo di essere sé stesse è quello di avere coraggio ed andare contro l'opinione comune.

venerdì 28 novembre 2008

I diversi strati della realtà

Ciò che chiamiamo reale è il risultato di una serie di percezioni (visive, uditive, etc.) e di nostre idee fisse (T. Terzani, "Lettere contro la guerra") che mescoliamo continuamente per elaborare una visione finale riassuntiva di quello che accade attorno a noi.

Quando sentiamo storie raccontate, figuriamo i personaggi riconducendoli a concetti che già abbiamo, immaginiamo certe situazioni che abbiamo vissuto e ricostruiamo una scenetta il più possibile simile a quelle che stiamo ascoltando. Si potrebbe dire, in sintesi, che reale è quella costruzione mentale che ci permette di conoscere il mondo circostante senza doverlo necessariamente sperimentare (ad esempio, capisco che il fuoco brucia davvero anche senza metterci la mano dentro). Per alcuni, questa capacità di astrazione è il vero fattore distintivo dell'uomo rispetto agli altri animali.

Cosa accade, però, quando la nostra idea di reale si scontra con quella degli altri? Quale è più reale? Come divincolarsi dalle maglie strette di certe situazioni in cui tutti vedono e sentono cose che voi non vedete e sentite? Chi dei due ha ragione?

Quando leggiamo i libri di storia a scuola, ci viene proposta una certa tesi che spesso è abbastanza lineare. Difficilmente, infatti, si parla di storia contemporanea, a scuola, è nessuno si metterà a litigare sugli Ittiti o sulla funzione fondamentale della Chiesa nel Medioevo.
Quello che è difficile, però, è riuscire ad assorbire i concetti alla base di alcune storie per poterle riconoscere nella vita di tutti i giorni.
Perchè anche quando guardate con attenzione, vite inutili, scelte sbagliate o decisioni pericolose appaiono spesso del tutto innocue, magari non desiderabili, ma comunque rispettabili.
Un saggio potrebbe dirvi che in fin dei conti è la serie di conseguenze a seguito della scelta che la caratterizzano come buona o cattiva.

In realtà (gioco di parole), noi chiamiamo reale solo ciò che siamo in grado di accettare come tale, ciò che la nostra persona è in grado di inserire nei propri schemi mentali. Una realtà oggettiva che non può essere inserita nei nostri schemi mentali è semplicemente scomoda e, sostanzialmente, molto più facile da scartare.
Accade così che di fronte ad alcune difficoltà, saremmo più facilmente indotti a seguire la strada sbagliata, anche se percepiamo che sia sbagliata, se continuamente bombardati da messaggi che dicono il contrario. Il vecchio quesito "se tutti si buttano dal ponte, tu che fai?" è banale: se davvero tutti si buttano dal ponte, tu ti butti come gli altri. Non fai distinzione. A meno che tu non sia in grado di accettare che quella assoluta normalità popolarmente accettata sia per te inaccettabile e nasconda una falsa realtà (cioè, non è vero che è normale buttarsi dal ponte).

Come decidere allora cosa fare? Come scegliere cosa dire? Siamo veramente in grado di essere noi stessi, all'interno di una società aperta, e di vedere liberamente la realtà così com'è senza nasconderci dietro a quello che temiamo, o anche nelle migliori condizioni saremmo vincolati alle nostre debolezze? Ed in una società chiusa, di cui un ottimo esempio è quella italiana? Ha senso stare male, litigare, dibattere e combattersi in un sistema dove comunque non si lotta mai per chiarire la situazione, ma semplicemente per far prevalere una versione che sappiamo già essere di parte? Che senso acquistano le nostre vite, reali o fittizie, quando nessuno vede quello che vediamo noi e ci caliamo consapevolmente in un contesto che a noi sembra finto?

La cinematografia ha già cercato di dare risposte a queste domande.
Il finale di Matrix dà buone speranze, a riguardo. Quello di Nirvana un po' meno.

E voi, che scelta fareste?
Quello che mi sembra più crudele, è sapere di avere una sola vita per fare certe scelte...
Se ne avessi un paio, mi sentirei più sollevato.

domenica 24 agosto 2008

Il futuro dell'umanità

Leggevo su una rivista patatinata un articolo di una penna autorevole americana (Alexander Stille) (già, che cavolo ci faceva un suo articolo su Gioia?!) il quale faceva notare come da sempre le olimpiadi siano lo specchio della gerarchia politico-economica del pianeta. Eccettuata l'assenza dell'India, notava Stille, la presenza massiccia di nazioni dell'estremo Oriente (Australia compresa) fra le prime 10 posizioni del medagliere sottolinea come l'asse geo-politico non sia più lo stesso. Gli Stati Uniti non sono più il popolo più potente della terra. Paesi come proprio la Cina e l'India, ma anche la Corea, stanno palesemente avanzando in questa scala. Alle prime due ed all'aumento del loro fabbisogno medio è dovuto principalmente il rincaro del petrolio che (oserei dire finalmente) tocca anche gli States (vedrete ke mandrie di SUV rimarranno parcheggiate nei giardinetti: col cavolo ke ci si può permettere di avere una macchina che fa 4 km con un litro come quegli autocarri che usano loro!).
Stille concludeva che dal monopolio statunitense stiamo passando ormai al multipolio, dove più nazioni decidono le linee guida.
La sua analisi trova d'accordo anche uno qualunque come me, che non faccio il suo lavoro e non giro il mondo come lui. E' evidente però che questa situazione di dominanza multi-centrica avrà un effetto a catena: il petrolio sta comunque finendo.
Le stime su quando sarà effettivamente raggiunta l'estrazione della metà delle riserve disponibili varia fra il 2000 ed il 2020.
Quello che vedo come inevitabile è che ci sarà sicuramente una terza guerra mondiale. Ed oserei dire che prima arriva meglio è.
Considerando che i "paesi in via di sviluppo" stanno utilizzando le stesse risorse che abbiamo sempre utilizzato anche noi, mi pare evidente che se l'Occidente non propone dei sistemi alternativi è destinato a morire: in altre parole, i veri paesi in via di sviluppo siamo noi!
Quella che si sta giocando in questo secolo è una delle sfide più grandi che la Storia ricordi, perchè in gioco vi è il passaggio all'autonomia energetica, autonomia non solo delle varie Nazioni dai soliti paesi arabi o dalla Russia, ma anche dei singoli cittadini dal proprio Stato.
La vera scommessa sarà il passaggio obbligato alle risorse rinnovabili: solare, eolico, geotermico, ondoso etc.
Queste affermazioni suoneranno grilliane ai più (in realtà sarebbero di Jeremy Rifkin), ma l'unica forma reale di democrazia energetica è il solare fotovoltaico.
L'energia solare è la fonte principale di energia che arriva sulla Terra. Tutte le altre sono derivate da essa, petrolio e gas compreso. Sulla terra arriva ogni anno una quantità di energia migliaia e migliaia di volte superiore a quella che utiliziamo. L'efficienza di un pannello solare ha appena raggiunto il 40%. Non esiste nessun sistema biologico in grado di fare il 20% (massimo teorico). Tutti quelli che stanno rovinando il mercato alimentare per coltivare "biocarburanti" non fanno altro che ridurre i tempi drammatici che porteranno al collasso geo-politico attuale. Non basterebbe la Terra intera per coltivare abbastanza biocarburanti per l'attuale (figuriamoci il futuro) fabbisogno energetico.
Il bioidrogeno, che sto studiando da 3 anni, ha uno specifico interesse scientifico, ma nessun interesse commerciale, al pari del biodiesel o del bioetanolo.
Diffidate delle imitazioni! Affidatevi al fotovoltaico: se avete una casa di proprietà indipendente o state in un condiminio di persone lungimiranti, comprate un pannello fotovoltaico e fatevi la corrente elettrica da soli. Informatevi sui costi, sulle associazioni come quella di Jacopo Fo che vi aiuteranno a capire come e quanto potreste risparmiare con casa vostra. Non aspettate di essere con l'acqua alla gola.
Il nucleare, l'ennesima stronzata che i nostri governanti ci stanno propinando, è infattibile per l'Italia: non solo cominceranno a costruire centrali che non finiranno mai, creando i soliti ricircoli di denaro sporco, ma, qualora riuscissero a finirli, non risolverebbero niente. Noi italiani siamo incapaci di gestire i rifiuti comuni, vi immaginate cosa accadrebbe con quelli nucleari? Che fanno, li nascondono sotto le colline di Acerra? Oppure vogliamo aumentare il traffico di armi nucleari aumentando il PIL della mafia o della camorra?
Come era impensabile 20 anni fa che in ogni casa ci fosse almeno un computer e che tutti loro fossero connessi fra di loro, mentre invece è accaduto ed è la nostra realtà quotidiana, allo stesso modo sarà possibile, quando il mercato lo imporrà come assolutamente necessario, la connessione della rete elettrica fra tutti i cittadini che disporranno di un pannello fotovoltaico e rivenderanno sulla rete l'energia prodotta in eccesso.

Per far sì, però, che l'indipendenza energetica delle nazioni passi come concetto dominante è purtroppo evidente che debba cambiare tutto ed in modo radicale, come solo una guerra totale è in grado di fare.
La vera domanda è: riusciranno gli italiani a non farsi scappare questa colossale occasione?

sabato 26 luglio 2008

Moralismo bigotto ed umiltà: c'è una terza via?

Sono piuttosto combattuto, ultimamente, nel cercare di separare due miei stati d'animo molto diversi: da una parte la tendenza naturale a dare giudizi e dall'altra quella umana dell'avere pietà delle nostre debolezze.

Quando sento parlare di coetanei (maschi o femmine indifferentemente) che vivono gli inizi della loro maturità delegando sempre il "massimo del divertimento" ai festini alcolici fino alle 7 del mattino scopando chi capita; quando vado in palestra e trovo il solito stereotipo del palestrato gonfio di proteine e creatina che parla solo di sesso, di calcio e di motori; quando parlo con persone che hanno una laurea e vedo nel loro sguardo l'astronauta spaziale che galleggia nel vuoto cosmico del loro cervello; quando avverto nelle parole della gente comune quel senso fortissimo di provincialismo e di superficialità borghese che faceva inorridire già 40 anni fa; quando sento parlare di Amici ed iniziare un dibattito attorno a nonsochi su nonsocosa di inutile sia capitato; quando qualcuno comincia sempre le sue frasi con "l'altro giorno alla televisione..."; e ancora: quando trovo quello che si lamenta del troppo lavoro e stacca dopo 6 ore (annessa pausa pranzo); quando sento quello o quella parlare del fatto che non hanno soldi salvo poco dopo sfoggiare il loro ultimo costosissimo acquisto; ebbene, ogni volta che cose come queste accadono mi sento punto da una irrefrenabile voglia di giudicare che farebbe di me il più bigotto, superficiale e disumano essere di questo terra.

Sono davvero molto combattuto nel bloccare sul nascere certi pensieri da puritano incallito. Giudicare. Quanto odio giudicare! Una pratica di cui abusiamo ogni giorno. Negli ultimi 10 anni ho cominciato una sempre più convinta battaglia per sradicare da me ogni possibile pregiudizio. Purtroppo, nel catechismo che ho frequentato fino ai 20 anni ho trovato solo come unico modello la creazione di un Noi ed un Loro, una mentalità dove le cause profonde di certi eventi vengono viste partendo dal presupposto che ci sia un Giusto Assoluto ed uno Sbagliato che va sempre male, qualsiasi sia il periodo, la persona, l'oggetto della questione. Così come nelle storie di famiglia, in quelle raccontate, in quelle riportate dagli amici, trovo spesso che il punto di vista del narratore sia sempre troppo soggettivo, a volte sapendo di esserlo.
Forse contagiato da certi concetti chiave della Biologia, negli ultimi anni ho dato più spazio a concetti di relatività del punto di vista dell'osservatore, di verità supposte tali (fino a quando altre verità le soppiantano), di unicità del fatto che può però essere spiegato e visto in mille modi diversi, magari tutti giusti (ma con la g minuscola). Ho dovuto accettare il fatto che il valore delle cose è dato quasi totalmente dal contesto in cui nasce. E che il non-detto è la chiave per capire il detto. Mi sono un po' dovuto arrendere a quella domanda che ogni estate, quando andavo a Caltabellotta (provincia di Agrigento) al paese di mio padre, certi paesani mi facevano non riconoscendomi dall'anno precedente: "Di cu si figghiu?". Ovvero, in questo caso: cosa ti ha portato a fare quello che fai? Da dove arrivi per credere che quello che fai sia il modo giusto per ottenere quello che vuoi?

Mi rendo conto che vivere comporta anche il dare un giudizio alle cose, per trarre valore dalle nostre esperienze; non sono mica cretino. Sarebbe davvero qualunquistico ed ugualmente superficiale non voler fermare, in una affermazione, alcun concetto. Ma quello di cui sono sempre più convinto è che non essendo Dio, il mio giudizio non può che essere parziale e relativo al mio punto di vista. Proprio per questo dovrei essere sempre pronto, se si creano le condizioni adatte, a cambiare quella conclusione o quella affermazione forte. Perchè non posso negare che la persona che ho davanti e che compie un atto che io non ritengo moralmente accettabile potrei essere io, in un altro momento della mia vita. C'è una canzone di Lorenzo Cherubini (in arte Jovanotti) che si chiama Noi e spiega benissimo questo concetto, chiedendo durante tutta la canzone "Chi sono?" tutta una serie di persone e situazioni diverse che incontriamo nella nostra vita, domanda a cui risponde sempre: "Siamo noi".

Il pazzo che accoltella un tizio per strada per una lite banale, potrei essere io. Il suicida che non crede più in nulla, potrei essere io. Quello che tradisce la moglie, potrei essere io. Quello che se ne frega del figlio, potrei essere io. Quello che prega alla domenica ma che darebbe fuoco al senegalese per le vie del centro, potrei essere io. Farsi una canna a 45 anni non è immorale a priori. Direi neanche farsi di cocaina. Come posso io giudicare la vita di uno zingaro una vita inutile? Cosa cambia la morte o la sopravvivenza di un anziano solo di 95 anni, senza alcun parente che lo vada a trovare?
Io, in quanto umano, non sono in grado di sentenziare alcunchè e l'unica cosa che mi è ovviamente concessa è quella di garantire a tutti una società equa (cioè se ammazzi vai in galera, a prescindere dalle motivazioni che ti hanno portato fino a lì).

Mi chiedo cioè se non sia più opportuno, per imparare dagli altri e vivere meglio, chiedere sempre a chi ci sta davanti prima di ogni discussione: "Dammi le tue riflessioni, risparmiami i tuoi giudizi".

mercoledì 23 luglio 2008

La favola del codice IMEI (utili consigli per la protezione del vostro tempo libero)

Come alcuni sapranno, le mie vacanze estive sono state allietate dal furto della mia borsa, contenente ogni tipo di oggetto personale vi possiate immaginare. Fra le perdite peggiori, quella del cellulare; non in quanto nuovo e abbastanza costoso (frutto di un regalo di compleanno), ma perché in esso erano contenute foto della prima metà delle mie vacanze: è un po' come se mi avessero rubato le ferie.

A margine, in questa triste storia, il carosello del rinnovo di tutti i documenti, delle carte bancomat, la denuncia etc. Non vi tedio con l'inefficienza del nostro sistema burocratico in ogni suo aspetto, che immagino avrete già affrontato in casi come questi. La chicca che voglio condividere con voi è solo quella sul codice IMEI del cellulare, il "codice fiscale" dell'apparecchio telefonico.

Per chi non lo sapesse, l'IMEI è un codice che individua il vostro cellulare in modo univoco; insieme con il vostro numero di telefono (a cui è associato il vostro nome quando comprate la scheda) ogni volta che chiamate qualcuno comunicate al ripetitore che vi dà il segnale telefonico sia il numero della scheda che il codice dell'apparecchio. È quindi possibile sapere chi chiama e con cosa. Non solo, ma anche da dove chiama. La tecnologia ad oggi permette infatti di individuare con una precisione di una quindicina di metri l'esatta posizione del cellulare (il sistema ha il solo difetto che non riesce ad individuare l'altezza: se siete su un grattacielo o al piano terra non fa differenza). Immaginate: vi rubano il cellulare; non solo ve lo possono rendere (o alla peggio bloccare), ma potrebbero pure individuare dove si trova e chi ve lo ha rubato.

Purtroppo, la tecnologia dà delle opportunità che non possono essere utilizzate, quando la burocrazia che ne potrebbe usufruire è medievale.

Non appena chiamo la Wind per bloccare il mio numero di telefono, chiedo che venga bloccato anche il cellulare tramite il codice IMEI. Il centro assistenza mi dice: macché!, questa è roba da Carabinieri! Vado dai Carabinieri a fare la denuncia e, per pura curiosità, chiedo: adesso che vi ho detto l'IMEI, come fate a bloccarmi il cellulare? Il maresciallo appena entrato nella stanza mette su la faccia da gufo e dice: ma noi non abbiamo la competenza! Chi le ha detto una cosa del genere?? Il centro Wind, faccio io. Se non fosse stato per gli occhiali, gli occhi sarebbero caduti in terra. Macché!, fa lui, lei deve andare in un centro di rivendita, noi non sappiamo proprio che fare. Beh, penso io, magari c'è una procedura standard: come chiamate la Motorizzazione per rifarmi la patente, magari c'è anche un ufficio con un modulo da compilare per tutte le volte che a uno rubano o perde il cellulare.
Vado allora dal rivenditore di cellulari che la mattina mi aveva rifatto la scheda nuova e, denuncia in mano, chiedo che mi si blocchi 'sto cavolo di IMEI, non fosse altro per dare un dispiacere a quello stronzo che mi ha fracassato il vetro della macchina per prendere la borsa! (e pensare che ero pure accanto ad un cimitero: non ci sono più i ladri di una volta!).

Finalmente, al centro Wind, mi viene svelato l'arcano, con tutti i suoi risvolti biechi ed idioti. Non tutti i centri Wind possono aiutarvi materialmente nel blocco dell'IMEI. Solo alcuni. Quando lo trovate, dovete compilare e mandare (a vostre spese) una raccomandata al centro Wind chiedendo che attraverso le loro schede, quel codice IMEI non possono più essere utilizzato. Dov'è il problema? Che se il ladro ci mette una scheda TIM, la vostra raccomandata è del tutto inutile. Allora che fare? Mandare raccomandate a tutti i gestori telefonici italiani? Sempre ammesso che lo vogliate fare, rompendovi i cosiddetti per trovare quali negozi vi danno questa possibilità, spendendo soldi di benzina, raccomandate e tempo della vostra vita non avrete risolto nulla. Nel momento in cui questo cellulare varca il confine e viene utilizzato con un gestore non italiano, il problema comincia da capo. Che fare, allora, mandare una raccomandata a tutti i gestori del mondo!?

Messo alle corde, chiedo al rivenditore perché diavolo non possa esistere un cazzo di fogliettino uguale per tutte le compagnie che faciliti almeno in Italia il blocco dei cellulari, così magari i ladruncoli che ci sono a giro non fanno quattrini rivendendo il mio cellulare rubato. Tanto, se fosse gente professionista, troverebbero comunque un modo informatico per aggirare il problema, ma almeno il tossicodipendente o lo zingaro in cerca di soldi facili lo prende in tasca! Mica sto chiedendo che ci sia un pannello internazionale di blocco dei codici IMEI o che una pattuglia con l'elicottero plani sopra lo zingaro che mi ha rubato il cellulare!

A quel punto il gestore ci mette il carico da undici e spara nell'aria la sentenza che chiarisce, come dice il tecnico del CNR con cui lavoro, come davvero in Italia ci sia concorrenza solo nella stupidità. Si figuri, parte lui, se la Wind (un privato) va dal governo a chiedere che ci sia una procedura più rapida per il blocco del codice IMEI. Così nel frattempo la Tim o la Vodafone fanno i soldi perchè la procedura non ce l'hanno.

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.
[...]
Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire.”

Dante,
Canto V,
Inferno

Ecco la realtà, abbastanza ovvia a pensarci, dei fatti: chi se ne frega se il cellulare è rubato. Chi se ne frega delle eventuali intenzioni del ladro. Magari può anche ordire un attacco nucleare, con il mio cellulare. L'importante è che paghi!! Così, in caso rimanesse qualcuno vivo dopo l'attacco, io potrò certificare che almeno non mi apparteneva più: questo è davvero l'unico motivo per denunciare il codice IMEI. Per pararsi il culo! Delle infinite possibilità, dalla riduzione del mercato dei cellulari rubati, alla raccolta del resto della refurtiva (pensate a persone derubate di oggetti di ingente valore), alla cattura (perchè no?, già che ci siamo) del ladro, o anche solo al blocco del cellulare per evitarne l'utilizzo spicciolo (che ci vorrà ad aggiungere un numero nella lista dei numeri che possono chiamare almeno in Italia?), di tutto questo non rimane nulla. Null'altro che pararsi il culo, nel caso questi strumenti vengano realmente utilizzati dalle forze dell'ordine nel caso in cui succedesse qualcosa di enormemente grave.

Del sottobosco di azioni utili mirate a limitare fenomeni quotidiani, ma non per questo meno gravi, non rimane nulla.

Quindi un consiglio dal cuore: se perdete il cellulare, denunciate il codice IMEI ma poi andate al mare!

giovedì 17 luglio 2008

Omossesualità, adozioni ed il senso della diversità

Mi riaffaccio nel mio spazio personale per parlare di un argomento su cui i più non concorderanno (come dire: a che serve un blog?). Prendo spunto da una discussione familiare nella quale non ho trovato grandi condivisioni al mio punto di vista. Non che questo sia un problema: l'importante è che ci si confronti e che ci si voglia confrontare. Parlare sinceramente. Credo che solo così nasca il rispetto, non certo stando zitti e coltivando ognuno le proprie convinzioni (o riunendosi con degli sconosciuti davanti ad un Maestro, un Sacerdote o Chissà Chi per mandare a memoria i valori di qualcun'altro).
Faccio tutto questo preambolo perché l'argomento di cui vorrei parlare è proprio “accettare il diverso” (mi rendo conto che non sono questi i tempi giusti per parlarne, è probabile che mi mandino l'esercito a casa per obbligarmi a rinnegare ciò che affermo).
In campo biologico (che è quello in cui faccio finta di lavorare), la diversità è un bene preziosissimo. Lo studio di come la vita abbia potuto svilupparsi in miliardi di anni creando milioni di forme diverse è davvero affascinante e fa capire come alla base di tutte queste forme il bisogno di sopravvivenza sia l'unico vero motore trainante che le rende tutte uguali e, paradossalmente, le ha “obbligate” ad essere così diverse. Si comprende come l'intero ecosistema sia retto dalle interdipendenze che si sono create fra esseri diversi, sfruttando le caratteristiche gli uni degli altri.

L'argomento del dibattimento erano gli omosessuali e le adozioni. Per come la vedo io, il concetto di normalità è assolutamente condizionato dal tempo e dal luogo. Per prendere un esempio forte, che con gli omosessuali non ha ovviamente niente a che vedere, al tempo dei Romani quella che noi chiamiamo pedofilia era assolutamente normale. Si pensa che Cesare abbia avuto rapporti sessuali con molti più bambini che con donne. Questo, nella loro società, era accettato e per il bambino questa selezione non era avvertita come punitiva, ma addirittura elettiva. Ai giorni nostri un ragionamento del genere farebbe solo rabbrividire. E fa rabbrividire anche me, ma non mi stupisce che sia nata e cresciuta una società che avvertiva la quotidianità diversamente da come io la vivo.
Trovo che l'omossessualità, come per migliaia di altre cose, risponda perfettamente allo stesso ragionamento. Io non vedo alcun motivo per cui una coppia omosessuale (uomo-uomo o donna-donna) non possa sposarsi ed adottare dei figli. E questo per un solo semplicissimo motivo. Abbiamo milioni di esempi che testimoniano che una famiglia “eterosessuale” non garantisce né la serenità né la felicità di un bambino. Una famiglia creata da una maschio ed una femmina non ha alcun valore aggiunto “di natura”: rimanere incinta è piuttosto semplice, è essere un buon genitore che è difficile. Qualsiasi sbandato può mettere incinta una donna. Qualsiasi donna può avere un figlio. Non c'è alcun valore nell'essere eterosessuale. L'amore, la responsabilità, il rispetto sono valori che creano un contesto adatto alla crescita di un bambino.
La famiglia eterosessuale classica è statisticamente la famiglia atipica, anche in Italia. Non mi voglio riferire semplicemente al fatto che una coppia divorzia ed i figli possono crescere con due genitori (eterosessuali) che magari si odiano per anni, ma anche al banalissimo caso di un genitore che viene a mancare (o vengono a mancare entrambi) ed il bambino di 3 anni è cresciuto dalla nonna o dalla zia single. Quante persone conosciamo che hanno avuto una vita come questa? In quanti casi potreste dire che l'eterosessualità era di per sé un valore che ha garantito una crescita sana secondi i principi odierni? Quante altre volte avete notato che era piuttosto l'affetto e la fermezza dell'adulto a garantire la corretta crescita del bambino? Se abbiamo milioni di esempi di cosa può accadere ad un bambino quando cresce in una famiglia eterosessuale non è vero altrettanto per una coppia omosessuale. Solo quando avremo altrettanti esempi ed avremo constatato l'impossibilità biologica che una persona possa essere cresciuta in modo sano da una coppia omosessuale, allora sarà certo. Prima di allora ci sarà solo il pregiudizio e la para-filosofia.
Giustamente, le repliche che mi sono state rivolte parlavano del rapporto madre-figlio, fondamentale quando quest'ultimo è molto piccolo (la figura rigida tipicamente maschile è ormai abbastanza accettato possa essere svolta anche da una madre nel caso di padre remissivo) (e questo “ribaltamento” delle parti non ha portato a psicosi nei bambini). È dunque un fatto incontestabile che nel caso di una coppia babbo-babbo mancherebbe il rapporto madre-figlio/a. In questo caso è molto probabile che il bambino/a che cresce possa essere diverso/a.
Il problema della nostra mentalità è che diverso ha un connotato negativo. Diverso significa ripugnante, inaffidabile, insicuro, brutto, in certi casi inaccettabile. Bambine cresciute in assenza di una figura maschile non necessariamente diventano lesbiche. Al contrario, è assodato che bambine che crescono in assenza di una figura maschile, dove però la figura femminile coltiva un rapporto conflittuale con l'altro sesso, dovuto magari a maltrattamenti o ad un divorzio particolarmente pesante, hanno una probabilità molto più elevata di avere cattivi rapporti con i maschi quando saranno adulte.
Sono convinto che il rispetto delle diversità, il senso della responsabilità, l'umiltà e l'amore valgano molto più della sessualità per crescere un figlio (tra l'altro, tutti valori a cui Gesù si rifaceva, al contrario della Chiesa).
Il diverso mi spaventa solo in due casi: quando non lo conosco e quando non porta con sé i valori sopracitati.

Ad ogni modo, questo problema in Italia non è di alcun interesse. La nostra vena “cristiana” ci impedisce anche solo di accettare gli omossessuali in quanto tali, figuriamoci di affidargli un figlio. Da noi l'omossessuale è davvero purtroppo solo “un frocio”. E questo, onestamente, è davvero l'unico motivo per cui non sarebbe opportuno affidargli un figlio.

venerdì 27 giugno 2008

Irlanda atto finale

La conferenza a cui sto partecipando finira' oggi e questo e' l'ultimo giorno che posso abusare della linea internet dell'Universita' di Galway.
Ieri sera c'e' stata la serata di gala (alla quale io ero vestito come un 16enne). Con mia enorme sorpresa, molto piu' divertente di quanto potessi sospettare. Ad un certo punto e' arrivata anche una super-orchestra che ha fatto ballare le ginocchia cigolanti di alcuni prof (ai miei occhi lodevoli per questo) ma soprattutto di parecchi studenti.
Al di la' dei risultati scientifici o delle condizioni lavorative, questi momenti sono davvero eccezionali per fare un punto, tirare qualche somma e darsi modo di collocarsi opportunamente, nello spazio e nel tempo delle nostre vite. E' incredibile, ad esempio, scoprire come non ci sia davvero alcuna differenza fra le persone che vivono in paesi diversi. Alcuni aspetti sono cosi' radicati nella natura umana che si sviluppano autonomamente, a prescindere dal luogo. I sentimenti sono sempre i soliti, magari vengono manifestati in momenti e modi differenti, ma sono proprio quelli. Non c'è niente di realmente nuovo o diverso. Un pò come una partita a carte: magari gara dopo gara, il mix che hai in mano cambia, ma le carte sono sempre uguali.
Un altro aspetto entusiasmante e' la babele delle lingue che ritrovi. Ieri sera ero ad un tavolo con un ricercatore giapponese, i miei 2 colleghi italiani, 3 israeliani ed 1 portoghese. Ognuno parlava una lingua diversa dalla sua per poter comunicare con gli altri.
Il giapponese non ha fatto altro che ridere tutta la sera. Rideva troppo. Rideva gia' prima che qualcuno dicesse qualcosa, aveva il colpo in canna. Ho sospettato fosse una tattica sociale per poi carpire qualche segreto scientifico al mio capo al terzo bicchiere di bianco. Avevo ragione.
Con i 3 israeliani e la portoghese ero "abbastanza" coetaneo e mi sono fatto qualche risata in piu'. Non avevo mai sentito parlare in ebraico, ha una sonorita' nuova per me. Mi e' sembrato un misto fra francese ed arabo. Anche il loro inglese, a tratti, suona come parlato da un francese. Ad ogni modo risultava estremamente affascinante, come affascinanti erano anche loro (almeno 2 su 3).
La portoghese, una bella ragazza di 40 anni (dovrei dire donna, dato che aveva anche un figlio di 14 anni, ma aveva un aspetto particolarmente gggiovane), aveva pero' un arma in piu' su tutti: non appena parlava nella sua lingua madre, anche se ti stava dicendo che il tuo alito sapeva di capra morta, aveva il potere di ammaliarti. Non so quanti di voi hanno avuto la fortuna di sentire parlare dal vivo il portoghese. Non credo di aver sentito niente di piu' sensuale. Ho passato la serata a farmi ripetere la parola Nacchere (lo strumento musicale) che era qualcosa tipo Castagnolas, la cui sonorita' era devastante. Se non vi sentite affascinanti abbastanza ed avete voglia di investire su voi stessi, imparate questa lingua.
Come mi capita ormai spesso, nonostante fossi fra i piu' giovani del gruppo non lo sembravo affatto. Fra me e l'israeliano di 32 anni avreste scommesso su di lui. Mi ha parlato davvero bene della vita nel deserto, dove vive lui. Un po' pallosa, magari, ma climaticamente parlando perfetta. Durante il giorno fa un gran caldo, 35-40 gradi, ma è particolarmente secco, non c'è umidità (é il deserto!). Non appena cala il sole, nel giro di un ora la temperatura scende vertiginosamente, un vento fresco arriva dal deserto (dove di notte può fare tranquillamente -4 °C) e basta aprire le finestre per sentirsi riavere. Esattamente l'opposto di quello che fai a Firenze per sopravvivere d'estate!
E' buffo pensare che ognuno di noi veniva da un clima particolarmente diverso da quello che ci ha accolto in Irlanda: la loro estate è fatta principalmente da pioggia, vento e freddo (mediamente 10 °C). Pensate che ho dovuto comprare una sciarpa!

In conclusione, mi rendo conto che l'esperienza umana è valsa più di tutto. E comincio a credere che sia in realtà l'unica che valga davvero: la scienza ha tempi molto molto lunghi prima di diventare tecnologia, disponibile per tutti. Quello che c'è nel mezzo, l'arco temporale di una vita, ci potrebbe anche far vivere un periodo molto stagnante, da quel punto di vista. Ma le diversità e le analogie umane no, hanno un tempo tutto loro. Magari una società ci mette secoli a cambiare, ma quando ci presentiamo al confine, con le nostre radici, è già lì, tutta diversa, che ti aspetta.