E io che credevo... Credevo che niente valesse più la pena. Che era meglio il silenzio. Che era tutto artefatto. In un paese di anime perse e senza Dio quale quello in cui viviamo, in cui ognuno si vota alla sua personale causa (frega il prossimo tuo, come te stesso...) e se ne fotte di cercarne una comune, pensavo niente valesse la pena. Che fosse stupido mettermi qui a scrivere. Di che? Di pensieri profondi? A chi interesserebbero più? Suonerei come il solito benpensante rompicoglioni. No, meglio lasciar stare. Parlare di cazzate? Di buffe scoperte in rete? Di vuoti aneddoti che il tempo si porta via? Perchè? Per riempire quale vuoto? Perchè scrivo? Perchè scrivo in rete?
In un tempo ed un luogo come questo, a che serve dialogare? Ogni discorso che fai, lo conosci. Di ogni storia sai la fine. Tutti sanno tutto. E nessuno sa niente. Dunque, tutto è noia. I libri si giudicano dalla copertina. Neanche si aprono. Non si entra nel merito (merito?!). Corri veloce da un posto all'altro, senza porti mai vere domande, la pelle ha un solo sottilissimo strato, tanto sotto sai che c'è un sacco vuoto, uguale agli altri.
Allora via, meglio non pensare, meglio non guardare, meglio fregarsene e camminare senza più pretendere di avere una metà, di avere qualcosa da vedere, da conoscere, da condividere.
Ma è una presunzione. La curiosità è sempre lì.
Sarà questa la vita? Sarà questo il senso? Sapere come va a finire? Farlo per sè stessi?
Quale motivo ti trascina davvero?
"La felicità è vera solo quando è condivisa".
E se nessuno la vuole condividere? Se quello che sai non interessa a nessuno? Si può vivere di sè stessi? E' forse egoistico? Una masturbazione inutile, che lascia il tempo che trova, da lasciare danzare negli angoli del tempo come la polvere quando cambi l'aria, senza che nessuno se ne curi davvero?
Arduo. Alzi la testa e cerchi di farti un'idea generale. Tempi duri, per chi vuole continuare a vivere. Per chi vuol conoscere. Per chi c'ha addosso questo fuoco e non sa che farsene. La gamba, frenetica, sobbalza mentre scrivi. I denti digrignano fissi il nervosismo che li mastica. L'odore del caffè ti accompagna in ogni momento della giornata. Dove davvero vuoi volgere lo sguardo?
Credi servirebbe ritrovarsi con le solite facce a dire le solite cose? Ascoltare le solite bocche che dicono di parlar chiaro (e magari lo fanno per davvero), per sentirsi rincuorati di non esser soli a vederla così? Finisci che ti senti più solo che mai, chiuso in una gabbia che hai costruito sbarra per sbarra, aggrappandoti a chissà quali limpide teorie. Naufrago su un'isola dove hai scelto di andare a morire, lontano da tutto, da tutti.
E' brutto sentirsi chiusi fuori, ma forse è ancora più spiacevole restare chiusi dentro (Virginia Wolf, "Una stanza tutta per sè").
Eppure la curiosità è lì sotto. E' una brace che arde quando il fuoco è spento, che si ritira su da sola, respira l'ossigeno che le serve senza che nessuno glielo debba somministrare. E' indipendente. E' viva. Non ha bisogno di sondini che la tengano in vita, la curiosità. Non ha bisogno di sottane bianche che le dicano a che Dio piegare il capo. E' laica. E' indipendente. E' memoria ed azione. E' RNA. Qual'è il suo scopo? L'essere. L'essere ora. Non ieri, o domani.
Ora. Adesso. Qui.
"Non esistono verità, esistono solo opportunità".
Quanta cinica violenza dietro queste parole. E quanta violenta libertà. Quanta dirompente voglia di riprendersi sè stessi e sprezzo per quel gelo là fuori.
Opportunità. Opportunità per conoscere.
Non ricordo chi disse: "Se vuoi cambiare il mondo, non cercare di combatterlo. Crea qualcosa che renda il vecchio obsoleto".
Il cinismo t'ha quasi vinto quando sulla tua strada ti imbatti in Q. Mentre scorri le pagine t'accorgi d'essere letto. Da lui. Che mette la punteggiatura alle frasi che la tua curiosità (in silenzio- sotto la cenere) lasciava scritte dentro di te. La cosa più strana (e forse radicante il sentimento di autenticità del tuo essere) è trovare altri che con letture diverse, di età diverse, finisco per dirti ciò che avevi pensato: "E' come se tutto quello che vedi e che leggi si incastri a formare uno stesso disegno" (V.M.).
"La vita è un'occasione di felicità" (Tiziano Terzani, "Un altro giro di giostra")
Errata corrige.
La vita è un'occasione per vivere.
Se tanto poi dobbiamo morire, tanto vale provarci.
E allora proviamoci.
Certo, per noi stessi. Ma anche per gli altri. Sì, per altri che non conosci, di cui ora non t'importa. Altri che magari un giorno si faranno un'idea organica di come stanno le cose. Si faranno una loro idea.
E magari (magari) avranno attinto un piccolo pezzo da quello che hai detto tu.
Perchè davvero, alla fine, "omnia sunt communia".
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venerdì 29 maggio 2009
L'ansia di vivere
Sono ormai rientrato in Italia da diversi giorni. Il rientro non è stato così traumatico come mi avevano detto. Forse perché in certi aspetti sono apocalittico e credevo chissà che. Certo è che in questo momento non sono nè qui nè lì. Mi sento ancora in un limbo, sospeso da tutto. Ripensandoci, probabilmente non è stato traumatico perché non sono ancora rientrato...
Non nascondo che ci sono molte cose alle quali ho pensato in questi giorni. Ci sono moltissime riflessioni su cui varrebbe la pena di fermarsi a ragionare. Eppure sembra che non ci sia mai il tempo. Ecco, il tempo. Sebbene si sia del tutto persa nel nostro paese la differenza sostanziale fra realtà virtuale e realtà reale (perfettamente compenetrate l'una nell'altra), sebbene la crisi economica sia qui in mezzo a noi, su di noi, sebbene, ben peggiore della crisi economica, la coesione sociale sia ormai ad un passo dal tracollo totale, ecco nonostante questo, noi italiani non abbiamo mai il tempo. Corriamo. Sempre. Freneticamente. Ma per andare dove, di grazia?
Ho certamente vissuto una parentesi all'estero nella quale alcuni aspetti non corrispondevano ad una realtà comune, nel senso che sapevo sarebbe stato un periodo di 3 mesi e dunque mi sono imposto (o concesso) cose che mai avrei permesso se il periodo fosse stato di 3 anni. Nonostante questo, una incredibile assenza di ansia ha caratterizzato quei 3 mesi, un'assenza di cui non vorrei più fare a meno in tutta la mia vita. Per quello che ho visto io (consideriamola pure una verità relativa alla mia sola esperienza, perché no) non ho trovato nei tedeschi in genere quell'atteggiamento di ansia che domina la vita italiana. Certo, anche loro hanno problemi, anche loro si pongono domande sul futuro, anche loro piangono, sono in crisi, quello che volete. Ma nei loro comportamenti, la tipica fretta ansiosa, quella sensazione di dover fare tutto e subito, anzi per ieri, di dover correre perché se no altrimenti... bene, quella non c'era. E come si viveva bene santodio. Perché alla fine della giornata, ciò che conta è che tu le abbia fatte certe cose. Punto e basta. Questo atteggiamento ricade secondo me in un'altra confusione, quella fra i tempi tecnologici ed i tempi biologici. In questi anni in cui un click cambia una situazione, i tempi biologici rimangono lenti, perché lo sono di natura. Non si può credere di riposarsi un attimino, nella frenesia totale delle milioni di cose da fare in un giorno. Farle con l'ansia del correre non le fa migliori e non ti fa migliore. Anche perché non c'è mai fine alla corsa. La corsa diventa la tua vita. Puoi morire domani, e rimarrai come quello che è morto dopo una vita ansiosa fatta di corsa.
Certe persone qui da noi usano questo tipo di freno per non fare nulla, per dire "Tanto tutto è uguale". Ecco, questo è il tipico uso sbagliato di uno strumento giusto (o meglio, giusta è l'applicazione, non lo strumento per sè).
Che si facciano le cose, che si lavori, che si produca qualcosa di nuovo (e magari pure di nostro). Che si conosca. Insomma che la si viva (ma per davvero) questa benedetta vita.
Ecco, ma senza ansia, please...
Non nascondo che ci sono molte cose alle quali ho pensato in questi giorni. Ci sono moltissime riflessioni su cui varrebbe la pena di fermarsi a ragionare. Eppure sembra che non ci sia mai il tempo. Ecco, il tempo. Sebbene si sia del tutto persa nel nostro paese la differenza sostanziale fra realtà virtuale e realtà reale (perfettamente compenetrate l'una nell'altra), sebbene la crisi economica sia qui in mezzo a noi, su di noi, sebbene, ben peggiore della crisi economica, la coesione sociale sia ormai ad un passo dal tracollo totale, ecco nonostante questo, noi italiani non abbiamo mai il tempo. Corriamo. Sempre. Freneticamente. Ma per andare dove, di grazia?
Ho certamente vissuto una parentesi all'estero nella quale alcuni aspetti non corrispondevano ad una realtà comune, nel senso che sapevo sarebbe stato un periodo di 3 mesi e dunque mi sono imposto (o concesso) cose che mai avrei permesso se il periodo fosse stato di 3 anni. Nonostante questo, una incredibile assenza di ansia ha caratterizzato quei 3 mesi, un'assenza di cui non vorrei più fare a meno in tutta la mia vita. Per quello che ho visto io (consideriamola pure una verità relativa alla mia sola esperienza, perché no) non ho trovato nei tedeschi in genere quell'atteggiamento di ansia che domina la vita italiana. Certo, anche loro hanno problemi, anche loro si pongono domande sul futuro, anche loro piangono, sono in crisi, quello che volete. Ma nei loro comportamenti, la tipica fretta ansiosa, quella sensazione di dover fare tutto e subito, anzi per ieri, di dover correre perché se no altrimenti... bene, quella non c'era. E come si viveva bene santodio. Perché alla fine della giornata, ciò che conta è che tu le abbia fatte certe cose. Punto e basta. Questo atteggiamento ricade secondo me in un'altra confusione, quella fra i tempi tecnologici ed i tempi biologici. In questi anni in cui un click cambia una situazione, i tempi biologici rimangono lenti, perché lo sono di natura. Non si può credere di riposarsi un attimino, nella frenesia totale delle milioni di cose da fare in un giorno. Farle con l'ansia del correre non le fa migliori e non ti fa migliore. Anche perché non c'è mai fine alla corsa. La corsa diventa la tua vita. Puoi morire domani, e rimarrai come quello che è morto dopo una vita ansiosa fatta di corsa.
Certe persone qui da noi usano questo tipo di freno per non fare nulla, per dire "Tanto tutto è uguale". Ecco, questo è il tipico uso sbagliato di uno strumento giusto (o meglio, giusta è l'applicazione, non lo strumento per sè).
Che si facciano le cose, che si lavori, che si produca qualcosa di nuovo (e magari pure di nostro). Che si conosca. Insomma che la si viva (ma per davvero) questa benedetta vita.
Ecco, ma senza ansia, please...
sabato 11 aprile 2009
Fino a quando?
Fino a quando riusciremo a fare finta di niente?
Fino a quando riusciremo a demandare agli altri responsabilità nostre?
Ho seguito da quassù la vicenda del terremoto abruzzese.
Youtube ed internet sono una fonte smisurata, per chi vuol farsi un'idea critica e si vuole cercare le informazioni.
Premetterò un sembra ad ogni affermazione, così come si deve quando uno si pone le domande e cerca le risposte. Ma il fatto che uno aggiunga sembra, non significa che la frase non abbia valore (il principio secondo cui uno non è colpevole fino a quando non è giudicato definitivamente è valido, ma non significa che non si debba indagare!).
1-Sembra che il numero dei morti diramato dalla Protezione Civile sia calcolato con criteri raccapriccianti.
2-Sembra che un certo Giampaolo Giuliani, tecnico di ricerca dell'INAF, avesse previsto l'abbattersi di una forte scossa in quelle zone.
3-Sembra che qualcosina di più si potesse fare, per limitare un inevitabile fenomeno della natura.
Adesso i dati certi.
1-Giampaolo Giuliani aveva ricevuto un avviso di garanzia per procurato allarme (Corriere della Sera; Repubblica) ed è stato definito un imbecille da Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile.
2-La stampa, mentre ancora si cercano i morti, è tutta dedita a screditare l'uomo e lo scienziato Giuliani (Roberto Santoro su l'Occidentale; Andrea Holzer su l'Occidentale; Federico Novella su il Giornale; Giuliano Ferrara su Panorama).
3-Giuliani non fa ricerca da solo ma ha colleghi che stimano e sostengono le sue idee scientifiche, i quali nel momento peggiore in cui tutti lo screditano, si sono pubblicamente schierati in suo favore.
4-L'uomo Giuliani si trova in questo momento sfollato con la sua famiglia e senza alcun tipo di difesa.
5-Il TG1 fa festa fornendo senza motivo i numeri dello share a seguito della catastrofe, vantandosi dunque che qualcuno finalmente lo guardi.
6-Berlusconi non trova di meglio da dire se non che per gli sfollati sarà come essere al campeggio.
Ora, a parte il fatto che Berlusconi riesca a concentrare su di sè l'odio di tutti anche quando non è colpevole (il che, se possibile, ci dice ancora qualcosa in più su quanto mentalmente deviato sia) e senza voler dare credito scontato alle parole di Giuliani (perchè come al solito la verità non la sapremo mai, tanta è la polvere che ti lanciano negli occhi), io credo che quando si tratta di vite umane non ci siano soldi che tengano. Non si tratta di allarmismo, si tratta di amare la vita ed accettare che, a costo di creare un po' di panico e molte noie, si potrebbe rimanere vivi!
La politica dell'avvoltoio a cui siamo assuefatti non ci fa rendere conto che siamo disposti a risparmiare denaro per evitare il probabile sacrificio di vite umane. Ma chi cazzo lo ha detto che spendere soldi ed energie per evitare un probabile terremoto sia uno spreco? E che dire adesso che i morti sono centinaia? Che è colpa della Natura? E perchè non di Dio, allora?!
Fino a quando non metteremo la responsabilità dentro a noi stessi invece di scaricarla in qualcun'altro (Dio, la Natura, Berlusconi, i Comunisti, gli Immigrati, gli Americani, i Fascisti, l'altro) saremo destinati a vivere soffrendo.
Fino a quando riusciremo a demandare agli altri responsabilità nostre?
Ho seguito da quassù la vicenda del terremoto abruzzese.
Youtube ed internet sono una fonte smisurata, per chi vuol farsi un'idea critica e si vuole cercare le informazioni.
Premetterò un sembra ad ogni affermazione, così come si deve quando uno si pone le domande e cerca le risposte. Ma il fatto che uno aggiunga sembra, non significa che la frase non abbia valore (il principio secondo cui uno non è colpevole fino a quando non è giudicato definitivamente è valido, ma non significa che non si debba indagare!).
1-Sembra che il numero dei morti diramato dalla Protezione Civile sia calcolato con criteri raccapriccianti.
2-Sembra che un certo Giampaolo Giuliani, tecnico di ricerca dell'INAF, avesse previsto l'abbattersi di una forte scossa in quelle zone.
3-Sembra che qualcosina di più si potesse fare, per limitare un inevitabile fenomeno della natura.
Adesso i dati certi.
1-Giampaolo Giuliani aveva ricevuto un avviso di garanzia per procurato allarme (Corriere della Sera; Repubblica) ed è stato definito un imbecille da Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile.
2-La stampa, mentre ancora si cercano i morti, è tutta dedita a screditare l'uomo e lo scienziato Giuliani (Roberto Santoro su l'Occidentale; Andrea Holzer su l'Occidentale; Federico Novella su il Giornale; Giuliano Ferrara su Panorama).
3-Giuliani non fa ricerca da solo ma ha colleghi che stimano e sostengono le sue idee scientifiche, i quali nel momento peggiore in cui tutti lo screditano, si sono pubblicamente schierati in suo favore.
4-L'uomo Giuliani si trova in questo momento sfollato con la sua famiglia e senza alcun tipo di difesa.
5-Il TG1 fa festa fornendo senza motivo i numeri dello share a seguito della catastrofe, vantandosi dunque che qualcuno finalmente lo guardi.
6-Berlusconi non trova di meglio da dire se non che per gli sfollati sarà come essere al campeggio.
Ora, a parte il fatto che Berlusconi riesca a concentrare su di sè l'odio di tutti anche quando non è colpevole (il che, se possibile, ci dice ancora qualcosa in più su quanto mentalmente deviato sia) e senza voler dare credito scontato alle parole di Giuliani (perchè come al solito la verità non la sapremo mai, tanta è la polvere che ti lanciano negli occhi), io credo che quando si tratta di vite umane non ci siano soldi che tengano. Non si tratta di allarmismo, si tratta di amare la vita ed accettare che, a costo di creare un po' di panico e molte noie, si potrebbe rimanere vivi!
La politica dell'avvoltoio a cui siamo assuefatti non ci fa rendere conto che siamo disposti a risparmiare denaro per evitare il probabile sacrificio di vite umane. Ma chi cazzo lo ha detto che spendere soldi ed energie per evitare un probabile terremoto sia uno spreco? E che dire adesso che i morti sono centinaia? Che è colpa della Natura? E perchè non di Dio, allora?!
Fino a quando non metteremo la responsabilità dentro a noi stessi invece di scaricarla in qualcun'altro (Dio, la Natura, Berlusconi, i Comunisti, gli Immigrati, gli Americani, i Fascisti, l'altro) saremo destinati a vivere soffrendo.
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sabato 10 gennaio 2009
Il dolore è uguale per tutti
Probabilmente dev'essere questa mia confusione umana, questa mia irrisolta uscita dal cattolicesimo verso un senso etico ancora non ben definitio. Chi lo sa, magari se uno è laico e vuole sviluppare un ché di spirituale, scopre che non finirà mai di porsi domande e che forse lo scopo è proprio questo: porsi tante domande da scoprire che non c'è quasi mai risposta definitiva.
Che questa sia o non sia la soluzione per maturare un po' di umanità e dare credito a quella teoria che vuole l'uomo non solo una bestia con un potente strumento quale il cervello è, ma un qualcosa di più (che poi le religioni chiamano a capo della natura secondo leggi definite fumosamente in tempi altrettanto fumosi), che questa sia o non sia la soluzione- dicevo- io la sto percorrendo, e fermo qui un quesito al quale davvero non ho dato alcuna risposta, non trovo via d'uscita.
Negli ultimi anni, con il lavoro, la vita indipendente e tutto quel gran casino che viene di conseguenza, mi sono trovato costretto a fare quello che tutti fanno quando si è costretti a diventare adulti: fare scelte, accettare compromessi, sopportare le conseguenze. Ammetto di non essere affatto bravo in queste cose e la mia arroganza rappresenta sia motivo di nuovi problemi che un ancora di salvezza. Ad ogni modo, queste condizioni hanno stravolto la mia visione della vita e, soprattutto, delle persone. Mi sono scoperto iena incapace di dare seconde opportunità, pronto a dare giudizi taglienti ed insindacabili (e pensare che in adolescenza facevo del giudizio "elastico" il mio cavallo di battaglia). Eppure, certamente non sul luogo di lavoro dove i rapporti umani sono regolati da quello scomodo strumento che è il denaro, ho dovuto ammettere che anche nelle peggiori persone ho avuto alla fine dei dubbi nel dare un giudizio definitivo.
Incredibilmente, sebbene potessi essere del tutto contrario alle idee di una certa persona, alla sua parte razionale, ritenendolo magari un perfetto cretino, mi sono trovato senz'armi nell'accettare che il suo dolore, anche quando interamente meritato, fosse comunque genuino e dovesse essere rispettato. Mi spiego: se uno fa del male agli altri e poi ne ricava sofferenza, anche se essa è meritata, è comunque autentica e la persona che la prova la avverte come vera. E non c'è alcuna differenza fra il dolore come lo avverte lui e come lo avverto io: è solo dolore. E questo ci fa uguali, anche se lui se l'è cercato.
Sia chiaro comunque che questo non ha niente a che fare con la giustizia giuridica: quando uno sbaglia, paga. Punto e basta. Il travaso di certi concetti alla società civile diventa buonismo ed italianità, un aspetto che odio con tutto me stesso. Quello di cui sto parlando io è lo spirito con cui si affrontano certe situazioni, e cosa è lecito aspettarsi come logica conseguenza.
Certamente, questa netta divisione fra cuore e ragione non si applica bene alla realtà e quando uno sta male cerca sempre una via di uscita ragionando sul perchè certe cose accadono. Ma in coloro che hanno per natura un animo piccolo, il dolore la fa da padrone e comanda il ragionamento; e questo è comunque vero per tutti: difficilmente si ragiona bene quando si sta male. Solitamente, anzi, il cervello va a cercare le vie di fuga più rapide (e non certo etiche) per uscire dalla crisi.
Provate allora per un attimo ad entrare nella mente di un vostro nemico, di un vostro odiosissimo collega, del pazzo per strada: nel momento in cui si sente rifiutato, isolato, offeso o ripudiato, la sua visione del mondo circostante si appiattisce e diventa uguale a quella di chi nelle stesse condizioni (ma ingiustamente) vi si trova. Le sue scelte, di conseguenza, saranno dettate dalla volontà di uscire da quello stato e non ci sarà ragione o etica, ma solo sopravvivenza.
Se dunque è quasi ingiusto che il dolore avvertito da ogni singola persona sia lo stesso, quale che siano le sue azioni, provate a pensare a quanto si incasina la situazione quando poi una ragione per nulla etica viene usata da un cuore offeso per rimediare alla situazione di urgenza. Compirà altri atti ancora peggiori.
Eppure, come possiamo noi a monte non rispettare a livello umano quel dolore che è uguale a quello degli altri?
Che questa sia o non sia la soluzione per maturare un po' di umanità e dare credito a quella teoria che vuole l'uomo non solo una bestia con un potente strumento quale il cervello è, ma un qualcosa di più (che poi le religioni chiamano a capo della natura secondo leggi definite fumosamente in tempi altrettanto fumosi), che questa sia o non sia la soluzione- dicevo- io la sto percorrendo, e fermo qui un quesito al quale davvero non ho dato alcuna risposta, non trovo via d'uscita.
Negli ultimi anni, con il lavoro, la vita indipendente e tutto quel gran casino che viene di conseguenza, mi sono trovato costretto a fare quello che tutti fanno quando si è costretti a diventare adulti: fare scelte, accettare compromessi, sopportare le conseguenze. Ammetto di non essere affatto bravo in queste cose e la mia arroganza rappresenta sia motivo di nuovi problemi che un ancora di salvezza. Ad ogni modo, queste condizioni hanno stravolto la mia visione della vita e, soprattutto, delle persone. Mi sono scoperto iena incapace di dare seconde opportunità, pronto a dare giudizi taglienti ed insindacabili (e pensare che in adolescenza facevo del giudizio "elastico" il mio cavallo di battaglia). Eppure, certamente non sul luogo di lavoro dove i rapporti umani sono regolati da quello scomodo strumento che è il denaro, ho dovuto ammettere che anche nelle peggiori persone ho avuto alla fine dei dubbi nel dare un giudizio definitivo.
Incredibilmente, sebbene potessi essere del tutto contrario alle idee di una certa persona, alla sua parte razionale, ritenendolo magari un perfetto cretino, mi sono trovato senz'armi nell'accettare che il suo dolore, anche quando interamente meritato, fosse comunque genuino e dovesse essere rispettato. Mi spiego: se uno fa del male agli altri e poi ne ricava sofferenza, anche se essa è meritata, è comunque autentica e la persona che la prova la avverte come vera. E non c'è alcuna differenza fra il dolore come lo avverte lui e come lo avverto io: è solo dolore. E questo ci fa uguali, anche se lui se l'è cercato.
Sia chiaro comunque che questo non ha niente a che fare con la giustizia giuridica: quando uno sbaglia, paga. Punto e basta. Il travaso di certi concetti alla società civile diventa buonismo ed italianità, un aspetto che odio con tutto me stesso. Quello di cui sto parlando io è lo spirito con cui si affrontano certe situazioni, e cosa è lecito aspettarsi come logica conseguenza.
Certamente, questa netta divisione fra cuore e ragione non si applica bene alla realtà e quando uno sta male cerca sempre una via di uscita ragionando sul perchè certe cose accadono. Ma in coloro che hanno per natura un animo piccolo, il dolore la fa da padrone e comanda il ragionamento; e questo è comunque vero per tutti: difficilmente si ragiona bene quando si sta male. Solitamente, anzi, il cervello va a cercare le vie di fuga più rapide (e non certo etiche) per uscire dalla crisi.
Provate allora per un attimo ad entrare nella mente di un vostro nemico, di un vostro odiosissimo collega, del pazzo per strada: nel momento in cui si sente rifiutato, isolato, offeso o ripudiato, la sua visione del mondo circostante si appiattisce e diventa uguale a quella di chi nelle stesse condizioni (ma ingiustamente) vi si trova. Le sue scelte, di conseguenza, saranno dettate dalla volontà di uscire da quello stato e non ci sarà ragione o etica, ma solo sopravvivenza.
Se dunque è quasi ingiusto che il dolore avvertito da ogni singola persona sia lo stesso, quale che siano le sue azioni, provate a pensare a quanto si incasina la situazione quando poi una ragione per nulla etica viene usata da un cuore offeso per rimediare alla situazione di urgenza. Compirà altri atti ancora peggiori.
Eppure, come possiamo noi a monte non rispettare a livello umano quel dolore che è uguale a quello degli altri?
domenica 21 dicembre 2008
Hiroshima, anarchia e la storia dell'uomo
Da qualche tempo sto leggendo un interessantissimo libro su Hiroshima e lo sgancio della prima bomba atomica (Diario di Hiroshima, M. Hachiya). Come dice il titolo, questo libro è il diario tenuto dal dottor Hachiya, medico dell'Ospedale principale di Hiroshima, a partire dal giorno dello sgancio (6 Agosto 1945): oltre che una fonte inesauribile per la medicina, questo libro offre spunti di riflessione umana (e grottesche curiosità) su un evento che il mondo occidentale ha messo da parte piuttosto in fretta, per far spazio "solo" all'orrendo fenomeno dell'Olocausto, nascondendo dietro al meccanismo causa-effetto (Pearl Harbor-Hiroshima) (e Nagasaki?) il perchè storico di certi eventi.
Fra le cose che più mi hanno sorpreso, c'è il fatto che a distanza di 3-4 giorni dal pikadon (pika: "splendore"; don: letteralmente "bum"), c'era già piena consapevolezza sia del fatto che una bomba atomica fosse esplosa in città, sia di che cosa fosse una bomba atomica.
Il 15 Agosto (9 giorni dopo la prima esplosione) un gracchiante comunicato radio dell'Imperatore in persona informa i superstiti di Hiroshima che la guerra è perduta. Questo getta definitivamente nello sconforto e nella rabbia i pochi derelitti rimasti vivi, i quali capiscono che i dolori atroci che stanno soffrendo sono del tutto inutili.
Leggendo i risvolti umani di questo diario, che mai il dottor Hachiya avrebbe pensato sarebbe stai pubblicati un domani, mi scopro incapace di trovare una soluzione alternativa a quel dolore se non attraverso una completa anarchia.
Perchè mai, arrivati ad un certo punto, le cattive conseguenze di scelte fatte altrove dovrebbero ricadere sui cittadini comuni? Con quale coraggio ed in nome di quale futuro benessere un generale o un imperatore mandano a morire soldati che non conoscono? E quando la battaglia è persa e le ricadute umane di quelle scelte hanno devastato altri, invece che i principali responsabili, a che titolo tali persone mantengono ancora la loro carica ed il rispetto a loro dovuto?
Le parole dell'Imperatore il giorno della resa dicono testualmente: "Sopportare l'insopportabile". Ma perchè? In nome di cosa? Il coraggio e la forza di spirito dimostrata da coloro che affrontano veramente le conseguenze della devastazione sono un esempio di valore umano incalcolabile, che l'uomo perde, studiando la storia, mentre quello che passa sono le date e gli eventi: del dolore nessuna traccia. Lo si deve andare a cercare nella poesia e nella prosa che descrivono un certo periodo, ma del perchè davvero si debba ascoltare il volere di qualche graduato cretino chiuso nelle stanze dei bottoni, nessuno parla: accettiamo rapidamente che sia normale e faccia parte della storia dell'uomo. L'unica cosa che la Storia ci insegna è che la Storia non ci insegna nulla.
Mi rendo perfettamente conto che questa sordità al dolore inutile con cui siamo educati non abbia altra conseguenza che l'anarchia e sinceramente sono molto poco infonformato sui risvolti positivi e negativi di una tale scelta, ma arrivati ad un certo punto, uno si chiede: perchè devo affrontare tali drammatiche sofferenze, se le scelte le ha fatte un altro?
In nome di un popolo? In nome della nazione? E se il concetto di popolo e nazione fossero abusati e manipolati, come la Storia stessa ci insegna che accade spesso, perchè diamine dovrei lottare?
Forse questa stessa domanda se la devono essere posta alcuni di quelli che la storia italiana ha chiamato partigiani quando, alla fine della guerra e del fascismo, hanno visto confluire la loro lotta per la libertà in un unico movimento che necessariamente aveva il colore opposto a quello nero.
Davvero c'è bisogno di far confluire sotto un unico ombrello un determinato movimento per dargli il diritto all'esistenza? L'uomo libero, in quanto tale, può esistere o è destinato a schierarsi con qualcuno?
Fra le cose che più mi hanno sorpreso, c'è il fatto che a distanza di 3-4 giorni dal pikadon (pika: "splendore"; don: letteralmente "bum"), c'era già piena consapevolezza sia del fatto che una bomba atomica fosse esplosa in città, sia di che cosa fosse una bomba atomica.
Il 15 Agosto (9 giorni dopo la prima esplosione) un gracchiante comunicato radio dell'Imperatore in persona informa i superstiti di Hiroshima che la guerra è perduta. Questo getta definitivamente nello sconforto e nella rabbia i pochi derelitti rimasti vivi, i quali capiscono che i dolori atroci che stanno soffrendo sono del tutto inutili.
Leggendo i risvolti umani di questo diario, che mai il dottor Hachiya avrebbe pensato sarebbe stai pubblicati un domani, mi scopro incapace di trovare una soluzione alternativa a quel dolore se non attraverso una completa anarchia.
Perchè mai, arrivati ad un certo punto, le cattive conseguenze di scelte fatte altrove dovrebbero ricadere sui cittadini comuni? Con quale coraggio ed in nome di quale futuro benessere un generale o un imperatore mandano a morire soldati che non conoscono? E quando la battaglia è persa e le ricadute umane di quelle scelte hanno devastato altri, invece che i principali responsabili, a che titolo tali persone mantengono ancora la loro carica ed il rispetto a loro dovuto?
Le parole dell'Imperatore il giorno della resa dicono testualmente: "Sopportare l'insopportabile". Ma perchè? In nome di cosa? Il coraggio e la forza di spirito dimostrata da coloro che affrontano veramente le conseguenze della devastazione sono un esempio di valore umano incalcolabile, che l'uomo perde, studiando la storia, mentre quello che passa sono le date e gli eventi: del dolore nessuna traccia. Lo si deve andare a cercare nella poesia e nella prosa che descrivono un certo periodo, ma del perchè davvero si debba ascoltare il volere di qualche graduato cretino chiuso nelle stanze dei bottoni, nessuno parla: accettiamo rapidamente che sia normale e faccia parte della storia dell'uomo. L'unica cosa che la Storia ci insegna è che la Storia non ci insegna nulla.
Mi rendo perfettamente conto che questa sordità al dolore inutile con cui siamo educati non abbia altra conseguenza che l'anarchia e sinceramente sono molto poco infonformato sui risvolti positivi e negativi di una tale scelta, ma arrivati ad un certo punto, uno si chiede: perchè devo affrontare tali drammatiche sofferenze, se le scelte le ha fatte un altro?
In nome di un popolo? In nome della nazione? E se il concetto di popolo e nazione fossero abusati e manipolati, come la Storia stessa ci insegna che accade spesso, perchè diamine dovrei lottare?
Forse questa stessa domanda se la devono essere posta alcuni di quelli che la storia italiana ha chiamato partigiani quando, alla fine della guerra e del fascismo, hanno visto confluire la loro lotta per la libertà in un unico movimento che necessariamente aveva il colore opposto a quello nero.
Davvero c'è bisogno di far confluire sotto un unico ombrello un determinato movimento per dargli il diritto all'esistenza? L'uomo libero, in quanto tale, può esistere o è destinato a schierarsi con qualcuno?
martedì 9 dicembre 2008
Quale donna moderna da Sex and the City?
Da qualche mese, ho iniziato a vedere Sex and the City, una cosa che molti di voi avranno cominciato a fare anni fa.
Lo spirito vincente di questo telefilm è certamente lo sguardo schietto alle donne di oggi, le "donne moderne", ed al loro mondo. A dirla tutta, nel telefilm la loro vita è caratterizzata da una grande libertà economica, un lavoro solido (o una carriera rampante) e, soprattutto, una incredibile libertà sessuale, condizioni che sono proprie di una netta minoranza di donne odierne. Ad ogni modo, il punto per cui si è sempre distinto questo telefilm è di certo la libertà sessuale. Per libertà sessuale, si intende libertà di poterne parlare, fare, baciare, lettera e testamento. A questo riguardo, una delle battute sarcastiche più belle su Sex and the City rimane quella fatta in una puntata dal cane dei Griffin, Brian, il quale trovandosi su un divano in mezzo a due gay della sua città che guardano Carrie e le sue amiche, chiede un po' imbarazzato: "Ma cos'è questo? Un telefilm che parla di tre prostitute e della loro madre?".
Scherzi a parte, attraverso la vita di quattro diverse donne alle prese con i propri desideri, il proprio senso del dovere, la propria lotta per la coerenza e l'intreccio fra i propri semplici istinti e ciò che trovano ragionevole, Sex and the city non fa altro che mostrare il compromesso che ognuno di noi (maschi compresi) cerca fra ciò che è moderno e ciò che è vecchio, ma radicato. Apprezzo molto questo telefilm e lo trovo azzeccato in molte parti; e non vi nascondo che odio la protagonista (Carrie) ma amo Samantha, la quale vive la sua vita con una sincerità così smaccata che non si può fare altro che mostrarle "sincero" rispetto.
Ad ogni modo, devo anche ammettere che per la maggior parte dei ragazzi della mia generazione (compresa direi fra il '77 e l'83) questo telefilm non dovrebbe in sostanza dire niente di nuovo. Posso capire che in effetti sentire delle donne che parlano liberamente di sesso possa essere traumatizzante (o istericamente divertente) se hai più di 40 anni, ma se ne hai 28 ti dovrebbe essere già capitato parecchie volte (ed hai scoperto che c'era solo da prendere appunti).
Dalla terza serie ho cominciato a chiedermi: "Ok, cos'altro c'è oltre a questo?".
Mi rendo conto che lo spirito del telefilm sia sempre stato quello di sdoganare un solo concetto (ovvero "anche le donne hanno il diritto di poter fare quello che fanno gli uomini") e sono così d'accordo che è davvero noioso anche solo scriverlo, ma arrivati a questo punto, la domanda che mi sorge spontanea è: "E poi?".
Insomma, davvero non c'è altro da sapere sulle donne moderne? A metterla così, sembra solo che una donna di 40 anni in carriera con le libertà che giustamente le spettano, e che in una maledetta società maschilista non ha, non sia altro che una 17enne piena di soldi che vaneggia di amore come se non avesse mai avuto una relazione in vita sua (mentre si vede chiaramente che ne ha parecchie). Staccandosi dunque dal telefilm, che necessariamente finisce per gravitare attorno ad un po' di aria fritta e perde la possibilità di veicolare anche altri concetti, mi trovo spesso a chiedermi: che tipo di donna è quella moderna? Cos'altro c'è oltre alla libertà sessuale? Che altro c'è da sapere? Cos'altro c'è da fare, quali soluzioni alternative affrontare nella società occidentale, per rompere gli schemi ed inventarsi una donna nuova (ora che si può)?
Non voglio passare più alcuna serata (nè altri cinque secondi) sull'annoso problema del perchè un maschio che va con 50 donne è un latin lover, mentre una donna sarebbere solo una troia. Domande di questo tipo fanno venire l'orticaria in zone poco soleggiate del mio corpo e riconducono solo alla nota risposta che il messaggero del Quelo (al secolo Corrado Guzzanti) usava spesso per i suoi fedeli: "La domanda è mal posta".
Mi chiedo, alla fine di tutto, in che modo le donne moderne stanno sfruttando quella parità di diritti (quando la trovano, ovviamente) che gli spetta? A distanza di anni dalle lotte femministe, ora che alcuni, anche se non tutti, concetti sono stati ormai assorbiti, che se ne stanno facendo? Quale persona nuova sono riuscite a diventare, rispetto al banale, noioso modello di uomo imperante oggi?
A volte, non trovo niente di nuovo nelle donne di oggi e credo che la donna moderna non esista. Ma trovo tanti tristi esempi di Carrie frammista a Samantha, donne egoiste che fanno sesso gratis con chi capita, sbandierando questa come l'agognata libertà dal maschio dominante (ovvero, una stessa orribile copia del maschio di oggi per nulla invidiabile dal sesso femminile e per nulla innovativa).
Se mi state bollando come maschilista, sappiate che mi state davvero deludendo e non sono d'accordo con voi. Le mie domande sono genuine ed affatto tendenziose.
Ma vi concedo che forse dovrei lasciarvi più spazio, se siete donne, perchè anche io, se mi guardo attorno, non riesco a trovare alcun modello di maschio di cui condividerei le scelte.
E probabilmente, anzi certamente, questo è lo stesso problema che le donne moderne affrontano oggi, quando si ritrovano alcune libertà che le loro nonne non avevano, ma scoprono che l'unico modo di essere sé stesse è quello di avere coraggio ed andare contro l'opinione comune.
Lo spirito vincente di questo telefilm è certamente lo sguardo schietto alle donne di oggi, le "donne moderne", ed al loro mondo. A dirla tutta, nel telefilm la loro vita è caratterizzata da una grande libertà economica, un lavoro solido (o una carriera rampante) e, soprattutto, una incredibile libertà sessuale, condizioni che sono proprie di una netta minoranza di donne odierne. Ad ogni modo, il punto per cui si è sempre distinto questo telefilm è di certo la libertà sessuale. Per libertà sessuale, si intende libertà di poterne parlare, fare, baciare, lettera e testamento. A questo riguardo, una delle battute sarcastiche più belle su Sex and the City rimane quella fatta in una puntata dal cane dei Griffin, Brian, il quale trovandosi su un divano in mezzo a due gay della sua città che guardano Carrie e le sue amiche, chiede un po' imbarazzato: "Ma cos'è questo? Un telefilm che parla di tre prostitute e della loro madre?".
Scherzi a parte, attraverso la vita di quattro diverse donne alle prese con i propri desideri, il proprio senso del dovere, la propria lotta per la coerenza e l'intreccio fra i propri semplici istinti e ciò che trovano ragionevole, Sex and the city non fa altro che mostrare il compromesso che ognuno di noi (maschi compresi) cerca fra ciò che è moderno e ciò che è vecchio, ma radicato. Apprezzo molto questo telefilm e lo trovo azzeccato in molte parti; e non vi nascondo che odio la protagonista (Carrie) ma amo Samantha, la quale vive la sua vita con una sincerità così smaccata che non si può fare altro che mostrarle "sincero" rispetto.
Ad ogni modo, devo anche ammettere che per la maggior parte dei ragazzi della mia generazione (compresa direi fra il '77 e l'83) questo telefilm non dovrebbe in sostanza dire niente di nuovo. Posso capire che in effetti sentire delle donne che parlano liberamente di sesso possa essere traumatizzante (o istericamente divertente) se hai più di 40 anni, ma se ne hai 28 ti dovrebbe essere già capitato parecchie volte (ed hai scoperto che c'era solo da prendere appunti).
Dalla terza serie ho cominciato a chiedermi: "Ok, cos'altro c'è oltre a questo?".
Mi rendo conto che lo spirito del telefilm sia sempre stato quello di sdoganare un solo concetto (ovvero "anche le donne hanno il diritto di poter fare quello che fanno gli uomini") e sono così d'accordo che è davvero noioso anche solo scriverlo, ma arrivati a questo punto, la domanda che mi sorge spontanea è: "E poi?".
Insomma, davvero non c'è altro da sapere sulle donne moderne? A metterla così, sembra solo che una donna di 40 anni in carriera con le libertà che giustamente le spettano, e che in una maledetta società maschilista non ha, non sia altro che una 17enne piena di soldi che vaneggia di amore come se non avesse mai avuto una relazione in vita sua (mentre si vede chiaramente che ne ha parecchie). Staccandosi dunque dal telefilm, che necessariamente finisce per gravitare attorno ad un po' di aria fritta e perde la possibilità di veicolare anche altri concetti, mi trovo spesso a chiedermi: che tipo di donna è quella moderna? Cos'altro c'è oltre alla libertà sessuale? Che altro c'è da sapere? Cos'altro c'è da fare, quali soluzioni alternative affrontare nella società occidentale, per rompere gli schemi ed inventarsi una donna nuova (ora che si può)?
Non voglio passare più alcuna serata (nè altri cinque secondi) sull'annoso problema del perchè un maschio che va con 50 donne è un latin lover, mentre una donna sarebbere solo una troia. Domande di questo tipo fanno venire l'orticaria in zone poco soleggiate del mio corpo e riconducono solo alla nota risposta che il messaggero del Quelo (al secolo Corrado Guzzanti) usava spesso per i suoi fedeli: "La domanda è mal posta".
Mi chiedo, alla fine di tutto, in che modo le donne moderne stanno sfruttando quella parità di diritti (quando la trovano, ovviamente) che gli spetta? A distanza di anni dalle lotte femministe, ora che alcuni, anche se non tutti, concetti sono stati ormai assorbiti, che se ne stanno facendo? Quale persona nuova sono riuscite a diventare, rispetto al banale, noioso modello di uomo imperante oggi?
A volte, non trovo niente di nuovo nelle donne di oggi e credo che la donna moderna non esista. Ma trovo tanti tristi esempi di Carrie frammista a Samantha, donne egoiste che fanno sesso gratis con chi capita, sbandierando questa come l'agognata libertà dal maschio dominante (ovvero, una stessa orribile copia del maschio di oggi per nulla invidiabile dal sesso femminile e per nulla innovativa).
Se mi state bollando come maschilista, sappiate che mi state davvero deludendo e non sono d'accordo con voi. Le mie domande sono genuine ed affatto tendenziose.
Ma vi concedo che forse dovrei lasciarvi più spazio, se siete donne, perchè anche io, se mi guardo attorno, non riesco a trovare alcun modello di maschio di cui condividerei le scelte.
E probabilmente, anzi certamente, questo è lo stesso problema che le donne moderne affrontano oggi, quando si ritrovano alcune libertà che le loro nonne non avevano, ma scoprono che l'unico modo di essere sé stesse è quello di avere coraggio ed andare contro l'opinione comune.
venerdì 28 novembre 2008
I diversi strati della realtà
Ciò che chiamiamo reale è il risultato di una serie di percezioni (visive, uditive, etc.) e di nostre idee fisse (T. Terzani, "Lettere contro la guerra") che mescoliamo continuamente per elaborare una visione finale riassuntiva di quello che accade attorno a noi.
Quando sentiamo storie raccontate, figuriamo i personaggi riconducendoli a concetti che già abbiamo, immaginiamo certe situazioni che abbiamo vissuto e ricostruiamo una scenetta il più possibile simile a quelle che stiamo ascoltando. Si potrebbe dire, in sintesi, che reale è quella costruzione mentale che ci permette di conoscere il mondo circostante senza doverlo necessariamente sperimentare (ad esempio, capisco che il fuoco brucia davvero anche senza metterci la mano dentro). Per alcuni, questa capacità di astrazione è il vero fattore distintivo dell'uomo rispetto agli altri animali.
Cosa accade, però, quando la nostra idea di reale si scontra con quella degli altri? Quale è più reale? Come divincolarsi dalle maglie strette di certe situazioni in cui tutti vedono e sentono cose che voi non vedete e sentite? Chi dei due ha ragione?
Quando leggiamo i libri di storia a scuola, ci viene proposta una certa tesi che spesso è abbastanza lineare. Difficilmente, infatti, si parla di storia contemporanea, a scuola, è nessuno si metterà a litigare sugli Ittiti o sulla funzione fondamentale della Chiesa nel Medioevo.
Quello che è difficile, però, è riuscire ad assorbire i concetti alla base di alcune storie per poterle riconoscere nella vita di tutti i giorni.
Perchè anche quando guardate con attenzione, vite inutili, scelte sbagliate o decisioni pericolose appaiono spesso del tutto innocue, magari non desiderabili, ma comunque rispettabili.
Un saggio potrebbe dirvi che in fin dei conti è la serie di conseguenze a seguito della scelta che la caratterizzano come buona o cattiva.
In realtà (gioco di parole), noi chiamiamo reale solo ciò che siamo in grado di accettare come tale, ciò che la nostra persona è in grado di inserire nei propri schemi mentali. Una realtà oggettiva che non può essere inserita nei nostri schemi mentali è semplicemente scomoda e, sostanzialmente, molto più facile da scartare.
Accade così che di fronte ad alcune difficoltà, saremmo più facilmente indotti a seguire la strada sbagliata, anche se percepiamo che sia sbagliata, se continuamente bombardati da messaggi che dicono il contrario. Il vecchio quesito "se tutti si buttano dal ponte, tu che fai?" è banale: se davvero tutti si buttano dal ponte, tu ti butti come gli altri. Non fai distinzione. A meno che tu non sia in grado di accettare che quella assoluta normalità popolarmente accettata sia per te inaccettabile e nasconda una falsa realtà (cioè, non è vero che è normale buttarsi dal ponte).
Come decidere allora cosa fare? Come scegliere cosa dire? Siamo veramente in grado di essere noi stessi, all'interno di una società aperta, e di vedere liberamente la realtà così com'è senza nasconderci dietro a quello che temiamo, o anche nelle migliori condizioni saremmo vincolati alle nostre debolezze? Ed in una società chiusa, di cui un ottimo esempio è quella italiana? Ha senso stare male, litigare, dibattere e combattersi in un sistema dove comunque non si lotta mai per chiarire la situazione, ma semplicemente per far prevalere una versione che sappiamo già essere di parte? Che senso acquistano le nostre vite, reali o fittizie, quando nessuno vede quello che vediamo noi e ci caliamo consapevolmente in un contesto che a noi sembra finto?
La cinematografia ha già cercato di dare risposte a queste domande.
Il finale di Matrix dà buone speranze, a riguardo. Quello di Nirvana un po' meno.
E voi, che scelta fareste?
Quello che mi sembra più crudele, è sapere di avere una sola vita per fare certe scelte...
Se ne avessi un paio, mi sentirei più sollevato.
Quando sentiamo storie raccontate, figuriamo i personaggi riconducendoli a concetti che già abbiamo, immaginiamo certe situazioni che abbiamo vissuto e ricostruiamo una scenetta il più possibile simile a quelle che stiamo ascoltando. Si potrebbe dire, in sintesi, che reale è quella costruzione mentale che ci permette di conoscere il mondo circostante senza doverlo necessariamente sperimentare (ad esempio, capisco che il fuoco brucia davvero anche senza metterci la mano dentro). Per alcuni, questa capacità di astrazione è il vero fattore distintivo dell'uomo rispetto agli altri animali.
Cosa accade, però, quando la nostra idea di reale si scontra con quella degli altri? Quale è più reale? Come divincolarsi dalle maglie strette di certe situazioni in cui tutti vedono e sentono cose che voi non vedete e sentite? Chi dei due ha ragione?
Quando leggiamo i libri di storia a scuola, ci viene proposta una certa tesi che spesso è abbastanza lineare. Difficilmente, infatti, si parla di storia contemporanea, a scuola, è nessuno si metterà a litigare sugli Ittiti o sulla funzione fondamentale della Chiesa nel Medioevo.
Quello che è difficile, però, è riuscire ad assorbire i concetti alla base di alcune storie per poterle riconoscere nella vita di tutti i giorni.
Perchè anche quando guardate con attenzione, vite inutili, scelte sbagliate o decisioni pericolose appaiono spesso del tutto innocue, magari non desiderabili, ma comunque rispettabili.
Un saggio potrebbe dirvi che in fin dei conti è la serie di conseguenze a seguito della scelta che la caratterizzano come buona o cattiva.
In realtà (gioco di parole), noi chiamiamo reale solo ciò che siamo in grado di accettare come tale, ciò che la nostra persona è in grado di inserire nei propri schemi mentali. Una realtà oggettiva che non può essere inserita nei nostri schemi mentali è semplicemente scomoda e, sostanzialmente, molto più facile da scartare.
Accade così che di fronte ad alcune difficoltà, saremmo più facilmente indotti a seguire la strada sbagliata, anche se percepiamo che sia sbagliata, se continuamente bombardati da messaggi che dicono il contrario. Il vecchio quesito "se tutti si buttano dal ponte, tu che fai?" è banale: se davvero tutti si buttano dal ponte, tu ti butti come gli altri. Non fai distinzione. A meno che tu non sia in grado di accettare che quella assoluta normalità popolarmente accettata sia per te inaccettabile e nasconda una falsa realtà (cioè, non è vero che è normale buttarsi dal ponte).
Come decidere allora cosa fare? Come scegliere cosa dire? Siamo veramente in grado di essere noi stessi, all'interno di una società aperta, e di vedere liberamente la realtà così com'è senza nasconderci dietro a quello che temiamo, o anche nelle migliori condizioni saremmo vincolati alle nostre debolezze? Ed in una società chiusa, di cui un ottimo esempio è quella italiana? Ha senso stare male, litigare, dibattere e combattersi in un sistema dove comunque non si lotta mai per chiarire la situazione, ma semplicemente per far prevalere una versione che sappiamo già essere di parte? Che senso acquistano le nostre vite, reali o fittizie, quando nessuno vede quello che vediamo noi e ci caliamo consapevolmente in un contesto che a noi sembra finto?
La cinematografia ha già cercato di dare risposte a queste domande.
Il finale di Matrix dà buone speranze, a riguardo. Quello di Nirvana un po' meno.
E voi, che scelta fareste?
Quello che mi sembra più crudele, è sapere di avere una sola vita per fare certe scelte...
Se ne avessi un paio, mi sentirei più sollevato.
sabato 18 ottobre 2008
Parabrezza sporco
Ci volli fare subito un giro.
Non credevo ai miei occhi: tutto era chiaro.
Mi chiesi: "Come ho fatto fino ad ora?".
La giornata era piena di sole. Mi dissi che dovevo assolutamente andare a dare una pulita al mio motorino. Non lo facevo mai. Mi feci un caffè ed addentai un pezzo di dolce stantìo, ma ancora buono. Mi sentivo un po' indolenzito, ma avevo addosso quella sensazione golosa di avere una giornata davanti da poter organizzare, per vivermi un pò. Sentivo i capelli spettinati sulla testa ed il tepore della mattina sui muscoli ancora ammaccati dal sonno. Mi misi sù una maglietta che mi faceva sentire a mio agio e scesi in strada con un secchio ed un cencio.
Il motorino era piuttosto lurido ma la mattina troppo rumorosa per porterlo lavare in strada. Sembrava che quel sabato mattina la città fosse più viva del normale. Qualche anziano camminava per strada scansando le cacche dei cani. Ripiegati come sdraio da mare nel portabagagli, camminavano e chiacchieravano senza ascoltarsi, ma felici d'essere con qualcuno. Di primo acchito, li avrei compatiti, ma c'era nel loro sguardo perso un vago senso di serenità che sentivo di invidiargli.
Un'altra occhiata al motorino mi convinse a lavare almeno il parabrezza. Non sembrava un granchè sporco, ma una pulitina non gli avrebbe fatto male. E, soprattutto, avrebbe chetato il mio senso di colpa. Cominciai a strofinare il panno umido sulla plastica e trovai subito grande difficoltà nel togliere quelle piccole chiazze invisibili. Più mi sforzavo, più realizzavo come sulla plastica si fossero imparentati insetti d'ogni tipo, macchie indefinibili ed una patina di smog grigio che, ora che lo avevo davanti raggrumato d'acqua, mi scandalizzava. Via via che andavo pulendo, mi compiacevo del lavoro, perchè al grande sforzo di staccare linfa d'insetto secca di chissà quanto tempo trovavo riscontro nell'effetto limpido che il parabrezza assumeva rispetto alla parte ancora da pulire. Ci misi davvero un sacco di tempo e mi lordai le braccia ed il viso, e la maglietta in cui mi sentivo a mio agio, come se dovessi lavare un gatto idrofobo, ma alla fine ne uscii soddisfatto.
Salii in casa e mi detti una sciacquata rapida, lasciandomi addosso la maglietta. Realizzai che non avevo granchè altro da fare, in realtà, e la mattina soleggiata e piena di persone che vivevano là fuori mi mise voglia di andare a fare un giro.
Montai sullo scooter e presi una via a caso, lasciandomi guidare un po' dal flusso delle macchine. Mentre andavo, vedevo chiaramente che c'era qualcosa che non funzionava come al solito. Il motore faceva lo stesso rumore soffocato di frullatore da 250 centimetri cubici. Le ruote non erano sgonfie e piegavo senza disturbo. Ma non era il motorino. Ero io. Era una mia sensazione. La gente nelle macchine mi pareva più visibile, più... in luce. Erano sempre loro, gente qualunque che faceva la propria vita. Volti stanchi, sguardi accigliati, gente che rideva, labbra contratte di chi rimuginava ed occhi distratti di chi parlava al cellulare. Li vedevo, li vedevo tutti chiaramente. Era come andare in giro in motorino per la prima volta. Come avevo fatto fino ad ora? Possibile che il parabrezza fosse così sporco? Anch'io mi sentivo visibile, nudo, scoperto come loro. Come potevano permettersi di essere così... in vista? Non si rendevano conto che li vedevo perfettamente?
Continuavo a girellare inebetito da questa nuova sensazione quando ad un tratto una piccola libellula si frantumò in una pozzettina verde su un lato del parabrezza. Il vento che vi sbatteva sopra, spanse ed asciugò quella chiazza cementandola con la plastica. In pochi minuti risultò quasi del tutto invisibile e solo perchè sapevo che poco prima vi si era schiantato un insetto potevo ancora riconoscere il vago alone che vi era rimasto. Chissà quanti altri microscopici esserini vi si erano già incollati, senza che io me ne accorgessi. Chissà quanta polvere di smog fine, quanto gas di scarico si era già rappreso davanti ai miei occhi senza che io nemmeno lo notassi. Quello che vedevo in quell'esatto momento, quel tizio con la fronte aggrottata che pagava il fiorista o quei tredicenni goffi con i baffetti nelle loro magliette enormi, erano davvero così? Magari se mi fossi fermato e li avessi guardati scansando quel filtro di plastica sarebbero stati diversi. Magari il tizio che pagava il fiorista aveva lo sguardo triste di chi porterà quei fiori al cimitero e non lo sguardo aggrottato di quello che sta pensando se piaceranno o no. Forse quei tredicenni con i baffetti in realtà non sarebbero stati così sfigati come li avevo giudicati, o magari lo sarebbero stati meno di come ero io a tredici anni.
Mi sentii confuso e pieno di domande. Ogni quanto avrei dovuto pulire il parabrezza? Ogni quanto mi sarei dovuto fermare a guardare meglio? E se non ne avessi avuto il tempo? Se fossi stato sempre di corsa, come avrei potuto avere un'idea di chi viveva in quella città con me girando per strada? Fino a che punto mi potevo fidare di ciò che vedevo? Fino a che punto avrei potuto dare un giudizio di chi avevo attorno senza sbagliare?
Tornai a casa perplesso e parcheggiai il motorino davanti al portone di casa.
Guardai il parabrezza nella luce del sole filtrare i suoi raggi e distorcerli e spargerli secondo gli angoli di curvatura.
Era trasparente.
Vi passai un dito ed una strisciata vi rimase impressa.
Non credevo ai miei occhi: tutto era chiaro.
Mi chiesi: "Come ho fatto fino ad ora?".
La giornata era piena di sole. Mi dissi che dovevo assolutamente andare a dare una pulita al mio motorino. Non lo facevo mai. Mi feci un caffè ed addentai un pezzo di dolce stantìo, ma ancora buono. Mi sentivo un po' indolenzito, ma avevo addosso quella sensazione golosa di avere una giornata davanti da poter organizzare, per vivermi un pò. Sentivo i capelli spettinati sulla testa ed il tepore della mattina sui muscoli ancora ammaccati dal sonno. Mi misi sù una maglietta che mi faceva sentire a mio agio e scesi in strada con un secchio ed un cencio.
Il motorino era piuttosto lurido ma la mattina troppo rumorosa per porterlo lavare in strada. Sembrava che quel sabato mattina la città fosse più viva del normale. Qualche anziano camminava per strada scansando le cacche dei cani. Ripiegati come sdraio da mare nel portabagagli, camminavano e chiacchieravano senza ascoltarsi, ma felici d'essere con qualcuno. Di primo acchito, li avrei compatiti, ma c'era nel loro sguardo perso un vago senso di serenità che sentivo di invidiargli.
Un'altra occhiata al motorino mi convinse a lavare almeno il parabrezza. Non sembrava un granchè sporco, ma una pulitina non gli avrebbe fatto male. E, soprattutto, avrebbe chetato il mio senso di colpa. Cominciai a strofinare il panno umido sulla plastica e trovai subito grande difficoltà nel togliere quelle piccole chiazze invisibili. Più mi sforzavo, più realizzavo come sulla plastica si fossero imparentati insetti d'ogni tipo, macchie indefinibili ed una patina di smog grigio che, ora che lo avevo davanti raggrumato d'acqua, mi scandalizzava. Via via che andavo pulendo, mi compiacevo del lavoro, perchè al grande sforzo di staccare linfa d'insetto secca di chissà quanto tempo trovavo riscontro nell'effetto limpido che il parabrezza assumeva rispetto alla parte ancora da pulire. Ci misi davvero un sacco di tempo e mi lordai le braccia ed il viso, e la maglietta in cui mi sentivo a mio agio, come se dovessi lavare un gatto idrofobo, ma alla fine ne uscii soddisfatto.
Salii in casa e mi detti una sciacquata rapida, lasciandomi addosso la maglietta. Realizzai che non avevo granchè altro da fare, in realtà, e la mattina soleggiata e piena di persone che vivevano là fuori mi mise voglia di andare a fare un giro.
Montai sullo scooter e presi una via a caso, lasciandomi guidare un po' dal flusso delle macchine. Mentre andavo, vedevo chiaramente che c'era qualcosa che non funzionava come al solito. Il motore faceva lo stesso rumore soffocato di frullatore da 250 centimetri cubici. Le ruote non erano sgonfie e piegavo senza disturbo. Ma non era il motorino. Ero io. Era una mia sensazione. La gente nelle macchine mi pareva più visibile, più... in luce. Erano sempre loro, gente qualunque che faceva la propria vita. Volti stanchi, sguardi accigliati, gente che rideva, labbra contratte di chi rimuginava ed occhi distratti di chi parlava al cellulare. Li vedevo, li vedevo tutti chiaramente. Era come andare in giro in motorino per la prima volta. Come avevo fatto fino ad ora? Possibile che il parabrezza fosse così sporco? Anch'io mi sentivo visibile, nudo, scoperto come loro. Come potevano permettersi di essere così... in vista? Non si rendevano conto che li vedevo perfettamente?
Continuavo a girellare inebetito da questa nuova sensazione quando ad un tratto una piccola libellula si frantumò in una pozzettina verde su un lato del parabrezza. Il vento che vi sbatteva sopra, spanse ed asciugò quella chiazza cementandola con la plastica. In pochi minuti risultò quasi del tutto invisibile e solo perchè sapevo che poco prima vi si era schiantato un insetto potevo ancora riconoscere il vago alone che vi era rimasto. Chissà quanti altri microscopici esserini vi si erano già incollati, senza che io me ne accorgessi. Chissà quanta polvere di smog fine, quanto gas di scarico si era già rappreso davanti ai miei occhi senza che io nemmeno lo notassi. Quello che vedevo in quell'esatto momento, quel tizio con la fronte aggrottata che pagava il fiorista o quei tredicenni goffi con i baffetti nelle loro magliette enormi, erano davvero così? Magari se mi fossi fermato e li avessi guardati scansando quel filtro di plastica sarebbero stati diversi. Magari il tizio che pagava il fiorista aveva lo sguardo triste di chi porterà quei fiori al cimitero e non lo sguardo aggrottato di quello che sta pensando se piaceranno o no. Forse quei tredicenni con i baffetti in realtà non sarebbero stati così sfigati come li avevo giudicati, o magari lo sarebbero stati meno di come ero io a tredici anni.
Mi sentii confuso e pieno di domande. Ogni quanto avrei dovuto pulire il parabrezza? Ogni quanto mi sarei dovuto fermare a guardare meglio? E se non ne avessi avuto il tempo? Se fossi stato sempre di corsa, come avrei potuto avere un'idea di chi viveva in quella città con me girando per strada? Fino a che punto mi potevo fidare di ciò che vedevo? Fino a che punto avrei potuto dare un giudizio di chi avevo attorno senza sbagliare?
Tornai a casa perplesso e parcheggiai il motorino davanti al portone di casa.
Guardai il parabrezza nella luce del sole filtrare i suoi raggi e distorcerli e spargerli secondo gli angoli di curvatura.
Era trasparente.
Vi passai un dito ed una strisciata vi rimase impressa.
mercoledì 27 agosto 2008
Pensiero del giorno
Certi giorni,
mi sembra di trovarmi su una pensilina ad aspettare un treno.
Alla mia destra, una corsia vuota.
Alla mia sinistra, un treno in partenza.
Io so che il treno che deve ancora arrivare mi porterà più lontano, mentre quello che sta per partire mi farà scendere molto prima.
Il fatto è che in entrambi i casi, io non posso sapere cosa sia meglio per me.
Quando ci troviamo ad affrontare una scelta, cerchiamo di raccogliere tutte le informazioni che abbiamo e di ragionarci sopra cercando di raggiungere la migliore conclusione possibile. Ma per quanto ci possiamo sforzare, la nostra capacità di immaginare e cercare il meglio per noi, ci può solo portare fino ad un certo punto, il quale comunque non ci garantirà alcunché.
Tutto il resto è fortuna.
mi sembra di trovarmi su una pensilina ad aspettare un treno.
Alla mia destra, una corsia vuota.
Alla mia sinistra, un treno in partenza.
Io so che il treno che deve ancora arrivare mi porterà più lontano, mentre quello che sta per partire mi farà scendere molto prima.
Il fatto è che in entrambi i casi, io non posso sapere cosa sia meglio per me.
Quando ci troviamo ad affrontare una scelta, cerchiamo di raccogliere tutte le informazioni che abbiamo e di ragionarci sopra cercando di raggiungere la migliore conclusione possibile. Ma per quanto ci possiamo sforzare, la nostra capacità di immaginare e cercare il meglio per noi, ci può solo portare fino ad un certo punto, il quale comunque non ci garantirà alcunché.
Tutto il resto è fortuna.
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