Doctor Jypo's Blog

venerdì 29 maggio 2009

L'ansia di vivere

Sono ormai rientrato in Italia da diversi giorni. Il rientro non è stato così traumatico come mi avevano detto. Forse perché in certi aspetti sono apocalittico e credevo chissà che. Certo è che in questo momento non sono nè qui nè lì. Mi sento ancora in un limbo, sospeso da tutto. Ripensandoci, probabilmente non è stato traumatico perché non sono ancora rientrato...

Non nascondo che ci sono molte cose alle quali ho pensato in questi giorni. Ci sono moltissime riflessioni su cui varrebbe la pena di fermarsi a ragionare. Eppure sembra che non ci sia mai il tempo. Ecco, il tempo. Sebbene si sia del tutto persa nel nostro paese la differenza sostanziale fra realtà virtuale e realtà reale (perfettamente compenetrate l'una nell'altra), sebbene la crisi economica sia qui in mezzo a noi, su di noi, sebbene, ben peggiore della crisi economica, la coesione sociale sia ormai ad un passo dal tracollo totale, ecco nonostante questo, noi italiani non abbiamo mai il tempo. Corriamo. Sempre. Freneticamente. Ma per andare dove, di grazia?

Ho certamente vissuto una parentesi all'estero nella quale alcuni aspetti non corrispondevano ad una realtà comune, nel senso che sapevo sarebbe stato un periodo di 3 mesi e dunque mi sono imposto (o concesso) cose che mai avrei permesso se il periodo fosse stato di 3 anni. Nonostante questo, una incredibile assenza di ansia ha caratterizzato quei 3 mesi, un'assenza di cui non vorrei più fare a meno in tutta la mia vita. Per quello che ho visto io (consideriamola pure una verità relativa alla mia sola esperienza, perché no) non ho trovato nei tedeschi in genere quell'atteggiamento di ansia che domina la vita italiana. Certo, anche loro hanno problemi, anche loro si pongono domande sul futuro, anche loro piangono, sono in crisi, quello che volete. Ma nei loro comportamenti, la tipica fretta ansiosa, quella sensazione di dover fare tutto e subito, anzi per ieri, di dover correre perché se no altrimenti... bene, quella non c'era. E come si viveva bene santodio. Perché alla fine della giornata, ciò che conta è che tu le abbia fatte certe cose. Punto e basta. Questo atteggiamento ricade secondo me in un'altra confusione, quella fra i tempi tecnologici ed i tempi biologici. In questi anni in cui un click cambia una situazione, i tempi biologici rimangono lenti, perché lo sono di natura. Non si può credere di riposarsi un attimino, nella frenesia totale delle milioni di cose da fare in un giorno. Farle con l'ansia del correre non le fa migliori e non ti fa migliore. Anche perché non c'è mai fine alla corsa. La corsa diventa la tua vita. Puoi morire domani, e rimarrai come quello che è morto dopo una vita ansiosa fatta di corsa.

Certe persone qui da noi usano questo tipo di freno per non fare nulla, per dire "Tanto tutto è uguale". Ecco, questo è il tipico uso sbagliato di uno strumento giusto (o meglio, giusta è l'applicazione, non lo strumento per sè).
Che si facciano le cose, che si lavori, che si produca qualcosa di nuovo (e magari pure di nostro). Che si conosca. Insomma che la si viva (ma per davvero) questa benedetta vita.
Ecco, ma senza ansia, please...

martedì 28 aprile 2009

La rivincita del perdente

Sono oramai alla fine del mio periodo tedesco e sto iniziando a tirare le somme di questo mio incredibile periodo. L'ultimo aggettivo vi fa capire che le cose sono andate bene.
Sinceramente, ero venuto qui con la speranza di aprire diverse porte e trovarci dentro qualcosa o, al massimo, non trovarci nulla ma sentire di avere le carte per poterle riempire.

Dato che le ultime parole sono solitamente quelle che restano più impresse, comincerò in questo post a parlare dei difetti e delle mancanze che qui ho trovato.

Qui manca il caos. Non lo dico in maniera tendenziosa, manca davvero.
Cosa implica questo? Per farla breve, implica che molto spesso quando tutto va bene si è impreparati all'arrivo di un problema. Non avendo da tanto tempo le antenne alzate, prima di capire cosa accade e poi proporre una soluzione passa un po' di tempo.
Questo problema logistico, però, non mi interessa granchè. L'atteggiamento comunque spartano di un certo tipo di "tedeschitudine" non si formalizza quando c'è da rimboccarsi le maniche. In caso di problemi quindi possono avere degli iniziali rallentamenti, ma poi si riprendono e rimettono in gioco la loro proverbiale efficienza.

Quello che umanamente mi interessa molto di più e mi secca ancora di più è quell'atteggiamento di superiorità che può instaurarsi in qualche ben pensante quando si parla di italiani (tra l'altro per i benpensanti dovrebbero venire comunque da noi, dove in panchina lasciamo i professori emeriti).
Uno dei luoghi comuni più forti (e difficilmente sradicabili) è appunto quello dell'italiano mafioso, che si lamenta, che non lavora (ultimamente è tornato anche razzista). Dalla sua, il tedesco benpensante si sente migliore, perchè lui certe cose non ce l'ha, figurarsi!

Il problema sta nel fatto che il tedesco, per non avere la mafia al governo o avere i tram che funzionano non è che faccia molto. Certo, la società ha i suoi meccanismi, ma è appunto questo il fatto: il cittadino è un meccanismo. Se "alcune" cose funzionano non è merito suo. Semplicemente non accadono. Gli italiani negli ultimi 20 anni sono scesi in piazza a manifestare il loro dissenso in ogni forma, organizzano associazioni di ogni genere per tutelarsi dato che lo stato centrale non lo fa. Alla fine di questo si lamentano, non prima. Perchè che ci lamentiamo è vero, come è vero che ce n'è motivo.

Questo atteggiamento mi ricorda quelli di Firenze che si vantano di abitare nella città più bella del mondo declamando tutti gli altri agglomerati urbani sparsi per la terra delle merde fumanti quando, in tutta la loro vita, non hanno mai mosso un dito per contribuire a farla bella: come se il Rinascimento fosse opera loro.

Questo atteggiamento superiore ce l'hanno in molti all'estero rispetto a noi e, sinceramente, non è difficile capire perchè: l'italianità che ho visto qui è comunque esclusivamente relegata al cibo ed alla mafia. Punto.

Ma, dall'altra parte, a me rimane fisso in testa un dubbio:
io, se proprio dovessi andare orgoglioso di qualcosa, lo sarei di qualcosa che ho fatto io. No?

sabato 11 aprile 2009

Fino a quando?

Fino a quando riusciremo a fare finta di niente?
Fino a quando riusciremo a demandare agli altri responsabilità nostre?

Ho seguito da quassù la vicenda del terremoto abruzzese.
Youtube ed internet sono una fonte smisurata, per chi vuol farsi un'idea critica e si vuole cercare le informazioni.
Premetterò un sembra ad ogni affermazione, così come si deve quando uno si pone le domande e cerca le risposte. Ma il fatto che uno aggiunga sembra, non significa che la frase non abbia valore (il principio secondo cui uno non è colpevole fino a quando non è giudicato definitivamente è valido, ma non significa che non si debba indagare!).

1-Sembra che il numero dei morti diramato dalla Protezione Civile sia calcolato con criteri raccapriccianti.
2-Sembra che un certo Giampaolo Giuliani, tecnico di ricerca dell'INAF, avesse previsto l'abbattersi di una forte scossa in quelle zone.
3-Sembra che qualcosina di più si potesse fare, per limitare un inevitabile fenomeno della natura.

Adesso i dati certi.
1-Giampaolo Giuliani aveva ricevuto un avviso di garanzia per procurato allarme (Corriere della Sera; Repubblica) ed è stato definito un imbecille da Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile.
2-La stampa, mentre ancora si cercano i morti, è tutta dedita a screditare l'uomo e lo scienziato Giuliani (Roberto Santoro su l'Occidentale; Andrea Holzer su l'Occidentale; Federico Novella su il Giornale; Giuliano Ferrara su Panorama).
3-Giuliani non fa ricerca da solo ma ha colleghi che stimano e sostengono le sue idee scientifiche, i quali nel momento peggiore in cui tutti lo screditano, si sono pubblicamente schierati in suo favore.
4-L'uomo Giuliani si trova in questo momento sfollato con la sua famiglia e senza alcun tipo di difesa.
5-Il TG1 fa festa fornendo senza motivo i numeri dello share a seguito della catastrofe, vantandosi dunque che qualcuno finalmente lo guardi.
6-Berlusconi non trova di meglio da dire se non che per gli sfollati sarà come essere al campeggio.

Ora, a parte il fatto che Berlusconi riesca a concentrare su di sè l'odio di tutti anche quando non è colpevole (il che, se possibile, ci dice ancora qualcosa in più su quanto mentalmente deviato sia) e senza voler dare credito scontato alle parole di Giuliani (perchè come al solito la verità non la sapremo mai, tanta è la polvere che ti lanciano negli occhi), io credo che quando si tratta di vite umane non ci siano soldi che tengano. Non si tratta di allarmismo, si tratta di amare la vita ed accettare che, a costo di creare un po' di panico e molte noie, si potrebbe rimanere vivi!

La politica dell'avvoltoio a cui siamo assuefatti non ci fa rendere conto che siamo disposti a risparmiare denaro per evitare il probabile sacrificio di vite umane. Ma chi cazzo lo ha detto che spendere soldi ed energie per evitare un probabile terremoto sia uno spreco? E che dire adesso che i morti sono centinaia? Che è colpa della Natura? E perchè non di Dio, allora?!

Fino a quando non metteremo la responsabilità dentro a noi stessi invece di scaricarla in qualcun'altro (Dio, la Natura, Berlusconi, i Comunisti, gli Immigrati, gli Americani, i Fascisti, l'altro) saremo destinati a vivere soffrendo.

martedì 7 aprile 2009

Bruxelles ed il Belgio

Da quando sono tornato dal Belgio, in particolare da Bruxelles, volevo scrivere qualcosa su ciò che avevo visto. Ma di primo acchito, non ce l'ho fatta. Ho avuto sinceramente bisogno di digerire un po' le mie impressioni.

Che poi- forse- più che le impressioni stavo cercando di digerire le loro famose patatine (quelle fritte due volte). Circa 24 ore dopo averne ingurgitate un buon etto, nè ho sbuffate una ventina. E' stato un attimo di dolore intenso. Erano indecise come una peperonata.

Lo scorso finesettimana sono infatti stato a Bruxelles, diciamo per un giorno e mezzo. Ho incontrato un'amica delle Piaggie che sta facendo un dottorato lì, in economia. L'idea di riunire le nostre esperienze piaggiesi e portarne un po' giù al Nord c'è piaciuta molto, ed abbiamo approntato un incontro dalle sue parti. Che a lei non piacciono tantissimo, quelle parti (il Belgio). Per carità, le Piaggie non sono Hollywood, ma... che dire!

Mi aspettavo che Bruxelles fosse una città fatta di vetro, da grandi palazzoni europei piena di burocrati, una babele variopinta, nella quale trovare oltre a tante lingue anche tanti colori, odori, vedute. Magari asettica come la burocrazia.
Tradito malamente.
La città, di sabato, era avvolta in un grigio indefinito, nè piovoso nè ventoso, solo grigio. E non è che io sia il tipico italiano bisognoso di sole (anzi, la sua apparizione qui a Bochum mi ha decisamente infastidito, ero venuto a cercare il freddo!) (sì, per chi se lo stesse chiedendo, qui ci sono 20 gradi ed è arrivata di prepotenza la primavera: ce l'hanno anche loro!).

In mezzo a palazzi di mattoni marroni, con ghirigori nordici sulle facciate di certi palazzi, i grattacieli vetrati saltavano fuori senza senso. Ai margini, come nelle faveles, alcuni edifici abbandonati, l'intonaco sui muri erano un millefoglie, in alcuni addirittura assi di legno ad X, tipo città fantasma del Far West. "Dove diamine sono finito?!". Abbiamo girato quasi tutto il centro, tralasciando appena appena solo la parte nord della città, vicino all'Atomium, una scultura dal dubbio significato. A proposito di sculture, il fatto che il monumento tipico della città fosse un puttino che piscia, dovrebbe dirla lunga sullo spirito dei suoi abitanti. Noi abbiamo il David, loro hanno il puttino: Manneken Pis. In un volo pindarico neanche troppo ardito, ad uno verrebbe di collegare la "venerazione" per il bambino piscione con il penetrante odore di orina in varie zone della città. Ma tante, eh! Per non parlare delle chiazze di vomito che sovente si trovano agli angoli delle vie: una lordura da non credere! Un popolo in crisi digestiva. Che siano repressi? La mia amica direbbe di sì! O forse sono solo le patatine...

Alla fine della prima giornata, ero assolutamente estereffatto da come una città che in potenza avrebbe dovuto essere un intreccio di culture rappresentante l'Europa fosse, in realtà, un mal di stomaco incredibile. Arrivando a casa la sera, a Lovanio (Leuven) ho trovato invece un paesotto universitario fantastico, spanne e spanne avanti a Bochum. D'un tratto ho dato valore alla presenza di edifici storici (o perlomeno caratteristici) che a Bochum non ci sono, in quanto tutto è stato distrutto durante la guerra (e quando dico tutto, intendo dire proprio tutto: in grandi città come Colonia, pare fosse rimasto in piedi il 10% degli edifici; figurarsi in insediamenti come Bochum, più provinciali e pieni solo di miniere di carbone!).
Al giorno dopo, domenica, di ritorno a Bruxelles in vista della mia definitiva partenza per la Germania, la città aveva cambiato colore. Nulla di quello che avevo visto il giorno prima era in realtà cambiato, ma erano bastati 3 flebili raggi di sole e tutto il centro si era popolato di persone: gente seduta in terra a chiacchierare come nelle piazze italiane, chiacchierio di sottofondo e i buttadentro agli usci dei ristoranti. Un'altra città. Che poi a guardar bene era sempre la stessa, ma ora era tipica e non patetica! Roba da non credere. Girando a caso, siamo finiti in una serie di viuzze quasi mediterranee, con i tendoni da un lato all'altro della strada che si toccavano e creavano giochi di luci ed ombre fra i tavolini, tutti rigorosamente fuori dai locali, in un odore di cozze e pesci d'ogni tipo. Pare infatti che il piatto tipico siano le cozze (deduco dei mari del nord) con le patate fritte (e ti pareva!). L'odore era incredibilmente invitante, checché se ne possa pensare.

Irradiati da un po' di luce viva, apparivano anche più carini i vari tranci di palazzi disegnati con i diversi fumetti (di origine belga), una decorazione sparsa in tutta la città.

Insomma, un tremendo mal di pancia, con improbabili risveglie domenicali.

Se avete voglia di passare da qui, quindi, vi consiglio di scegliere una giornata di sole, per poter mangiare le pietanze tipiche del luogo; ma poi, pagato il conto, andate a dormire in un altro stato!

Ritrovato ateismo

Fra le molte cose che quassù ho pienamente ritrovato, o trovato per la prima volta, c'è un oramai totale ateismo. Con questo, non intendo assolutamente dire o sostenere l'idea che molti cattolici possono avere, cioè che l'ateo non abbia una dimensione spirituale e non si ponga criticamente in discussione su certe domande centrali della vita (la filosofia ci insegna che esse si possono riassumere all'incirca in: chi siamo, dove andiamo, cosa posso fare, cosa posso sperare e, soprattutto, chi me l'ha fatto fare) (grazie Damiano per quest'ultima centrale domanda).
Quella dimensione di dubbio verso l'ignoto è tipica dell'agnostico, colui che all'esistenza o meno di dio- o chi per lui- risponde con un non so e non posso sapere, accantonando il problema.

L'ateismo è cresciuto in me negli anni, con la disillusione verso la Chiesa e verso le comunità cattoliche da me frequentate. Non ho trovato in essa alcuna risposta alle mie domande, ma solo un mucchio di paradossi e di non sensi che mi hanno convinto, alla fine, che uno dei motivi per cui la gente va in Chiesa non è tanto ritrovare la sua dimensione spirituale quanto obbedire ad un must, posto nella loro coscienza durante la crescita.

Ero convinto di ciò che pensavo già quando ero in Italia, ma per qualche ragione sentivo di dover difendere le mie idee. Trasferitomi qui, dopo appena un paio di settimane mi ero reso conto che la mia guardia alta era il risultato di quel must impiantato con il catechismo nel mio io più profondo e del continuo giudizio degli altri, in quello che è chiamato senso comune.
Forse per volontà di dio (direbbe un religioso), forse per caso (direbbe un ateo) o forse ancora perchè semplicemente attento a questo tipo di argomento (direbbe una persona sensata di entrambi i credi) in una libreria di Dortmund ho trovato la mia Bibbia.

God is not great, di Christopher Hitchens.

Nelle parole di quest'uomo non ho trovato una spiegazione ai miei perchè, piuttosto ho trovato che dicesse esattamente quello che pensavo. Dovrei perciò correggere il termine Bibbia in Diario non scritto. Non mi dilungherò nello spiegarvi di cosa parla, ma mi limiterò a riportare alcuni passaggi, con il solo intento di darvi un altro punto di vista e nessun intento propagandistico.
Magari qualcun'altro scopre di riconoscersi in queste affermazioni.

<<[...] E questo è il punto che riguarda me e quelli che la pensano come me. Le nostre credenze non sono credenze. I nostri principi non sono una fede. Non ci affidiamo unicamente a scienza e ragione, perchè questi sono fattori necessari piuttosto che sufficienti; ma non crediamo a nulla che sia in contraddizione con la scienza o che voglia scavalcare la ragione. Potremo differire in tanti aspetti, ma quello che rispettiamo è la libera ricerca, la necessità di una mentalità aperta, ed il perseguimento delle idee per il bene di loro stesse. [...] Non siamo immuni al fascino della meraviglia, del mistero e dello stupore reverenziale: abbiamo la musica, l'arte e la letteratura, e troviamo che certi seri dilemmi etici siano meglio affrontati da Shakespeare e Tolstoy, da Schiller e Dostoyevsky, o George Eliot piuttosto che in certe novelle morali dei libri sacri. [...] Siamo a conoscenza del fatto che si vive una sola volta, eccetto attraverso i propri figli, ai quali- siamo grandemente felici di notare- dobbiamo fare strada. E siamo convinti che sia almeno possibile sostenere che, una volta che le persone hanno accettato l'idea che la vita sia una sola e ricca di sofferenze, ci si possa comportare vicendevolemente meglio, e non peggio. Siamo assolutamente sicuri che una vita etica possa essere vissuta anche senza essere religiosi. E sappiamo di fatto che è vero semmai il contrario, cioè che la religione ha fatto sì non semplicemente che molte persone non si comportassero meglio di altre, ma ha dato loro il permesso in certi casi di comportarsi in modi che a molti papponi o xenofobi pulitori etnici avrebbe fatto inarcare un sopracciglio. [...] Non abbiamo bisogno di riunirci ogni giorno, o ogni sette giorni, o in qualsiasi giorno pieno di auspicio, per proclamare la nostra rettitudine o per commiserare la nostra mancanza di valore. Noi atei non abbiamo bisogno di alcun prete, o di alcuna gerarchia al di sopra di loro, per organizzare la nostra dottrina. [...] Per noi, nessun posto è più "sacro" di un altro: all'ostentata assurdità del pellegrinaggio, o all'orrore organizzato dell'uccidere civili in nome di qualche muro sacro, o caverna, o santuario, o roccia, possiamo contrapporre una comoda o urgente passeggiata da un lato di una libreria (o galleria) all'altro, o un pranzo con un amico fidato, in nome della verità e della bellezza.
[...]
La fede religiosa è, proprio perchè siamo una specie in evoluzione, impossibile da sradicare. Non morira mai, o almeno non morirà fino a quando non avremo risolto la nostra paura della morte, del buio, dello sconosciuto e degli altri. Per questa ragione, se potessi, io non proibirei la religione. Molto generoso da parte mia, direste. Ma la religione mi garantirebbe la stessa indulgenza? Lo dico perchè c'è una seria differenza fra me ed i miei amici religiosi, e coloro i quali sono davvero amici seri ed onesti lo ammettono. Sarei lieto di partecipare ai bar mitzvahs dei loro figli, di meravigliarmi di fronte alle loro cattedrali gotiche, "rispettare" la loro credenza che il corano sia stato dettato, sebbene esclusivamente in Arabo, ad un mercante analfabeta [...]. E, se dovesse succedere, continuerei a farlo senza insistere su quell'educata reciproca condizione- ovvero che in cambio di questo loro mi lascino in pace [con il mio ateismo, ndJ]. Ma questo, la religione è incapace di farlo...>>

mercoledì 1 aprile 2009

Nutella Nutellae*

*cliccami!


Il mio lavoro sulla Nutella sta ricevendo grandi e positivi riscontri dalla critica del settore, nonchè dal pubblico, facendomi entrare di diritto nel concorso per il prossimo Ig Nobel.

L'originale manoscritto con i voti vergati a penna, riportati nella tabella allegata al precedente post, sono stati affissi in cucina, accanto alla porta. La cosa ha preso così piede che siamo in attesa di un campione di Nutella spagnola per espandere il confronto a livelli europei.

Per consacrare questo momento di successo, un barattolo da 5 kg di Nutella (italiana) mi è stato regalato dalla padrona di casa, immortalando la mia faccia perplessa e sconvolta alla ricezione del trofeo.

La bomba a mano ha subito riscontrato il favore dei coinquilini. Infatti, dopo una inaugurale apertura (con assaggio al cucchiaio), nel giro di 12 ore l'1% era stato già stato consumato misteriosamente (e se l'1% vi sembra poco, ricordate che è un barattolo da 5 kilogrammi!).

Il fatto, comunque, mi tira sù di sollievo: come diavolo faccio a portarmelo via? Provate solo ad immaginare quale diavolo di faccia potrebbe fare il tipo del metal detector all'aeroporto scovando cosa nascondo fra i vestiti...

L'uomo che sussurrava a sé stesso*

*liberamente tratto da...

Fra le tante cose che pongono una vera ed oggettiva distanza fra gli italiani ed i tedeschi, una sta risaltando in questi giorni con una certa prepotenza.

Non so a quanti di voi capiti di parlare da soli. O magari di parlare e basta, fare esclamazioni quando non c'è nessuno che vi ascolta. O magari anche solo avere, ad alta voce, una espressione di disappunto per qualcosa che state facendo: scrivere una email e ad un certo punto tutto si cancella, versarsi il caffè e rovesciarne metà su dei fogli importanti, bruciare del cibo che state cucinando, sporcarsi le mani con una penna che perde inchiostro.

Beh, non so se vi capita e in che misura, ma se foste tedeschi, sareste zitti.

Questa realtà sta emergendo prepotente dopo una serie di occasioni in cui il sottoscritto, che non si fa remore a parlare da solo, è stato trovato negativo al test del "silenzio sul posto di lavoro".

A me viene normale, durante ogni momento della mia giornata, pensare a qualcosa. Magari, mentre faccio delle cose banali e ripetitive, penso ai fatti miei. Succede a volte che, mentre penso ai fatti miei possa: a) sbagliare in quello cosa pratica e ripetitiva che sto facendo, bestemmiando per la seccatura dell'errore o b) dire qualcosa a voce alta che faccia parte di un discorso mio personale che gli altri, ovviamente, non possono sapere.
Dirò di più: che sia in compagnia o da solo, a me capita spesso di canticchiare, se sono sereno. Senza vergogna: voglio dire, ho solo questa vita da vivere. Se un giorno sono sereno senza motivo, perchè dovrei farmi scrupolo e non canticchiare? Non dico mica che vado ballando per il laboratorio, a ritmo di can can. Dico solo che sono al mio tavolo e, mentre organizzo il mio lavoro (che è come tutti i lavori al 90% ripetitivo), canticchio un po', se mi va. Questo certamente non include, se lavorate al pubblico, che voi canticchiate per i fatti vostri quando parlate con qualcuno!

Ancora una volta, se foste tedeschi questo non accadrebbe.

La cosa che, a quanto ho capito, discrimina molto fra la pazzia e la normalità nell'immaginario tedesco, è se lo fai in pubblico o in privato. Ho chiesto anche a persone fuori dal lab, in casa, come sia vista questa cosa. La risposta è stata che se ti beccano a parlare da solo in presenza di altre persone significa, schietto schietto, che hai un disturbo mentale. Gesùddio!, direbbe Iowa Bob!

Beh, ho intenzione allora di mettere a punto un banalissimo test, anonimo, in cui vi sarei grato se voleste dire la vostra e farmi capire se questo non è normale anche per voi.
Il sondaggio si trova nella colonna di destra del Blog, sotto il traduttore automatico di Babelfish.
Si intitola "Vi capita mai di...".
Potete rispondere per tutto il prossimo mese ed avete la possibilità si segnare più di una risposta.
Alla fine di tutto ciò, ne discuterò con qualche tedesco e vedremo quello che succede!