giovedì 19 febbraio 2009

Il duemila, un gatto e un re

Non mi ero mai reso conto di quanta nostalgia ci portiamo dentro, noi italiani.

Da quando sono qui, la colonna sonora della mia vita tedesca è stata un misto di canzoni italo-straniere. Inspiegabilmente, poco prima di partire mi era tornata la fittonata di Lucio Dalla. Non so quanti di voi ne sono consci, ma ben prima di Cambio (degli inizi dei 90), Lucio Dalla è stato uno dei pilastri della musica italiana. Ricordo benissimo le mie lunghissime giornate estive da bambino, nelle quali ero spesso solo e con la TV fuori uso (mio padre aveva inserito nel circuito elettrico di accensione una chiave, cosicché uscendo per andare a lavoro potesse girarla ed interrompere la corrente, convinto che la TV degli anni 80 fosse il demonio) (e ancora non aveva visto quella dopo il 2000!). Fra i cd che ascoltavo grazie al gusto musicale che in casa mia non è mai mancato, c'era una splendida coppia: DallaMorandi e DallAmeriCaruso. Non mi ero mai accorto di quanto fossero densi di emozioni e nostalgia. E quanto dell'Italia disillusa vi era raccolta dentro. "Il duemila un gatto e un re" non è in nessun modo distante da "Felicità", entrambe responsabili di molti dei miei pianti infantili per sensazioni che capisco solo adesso, a 20 anni di distanza. "Cara" e "Washington" dal vivo sono maledettamenti struggenti. Un filo impercettibile, una quadratura del cerchio mi stringe oggi a quegli anni.
L'espressione quasi costitutiva negli italiani di dosi sempre un po' più elevate di disillusione, lo scollamento dal motore propulsivo verso un qualcosa, ha fatto di noi un popolo capace di ridere di sè, certo, ma in fondo al cuore, amaro. L'ottusità della normalità di questi luoghi, magari non centrali nella storia tedesca degli ultimi 50 anni, ha creato un silenzio attorno a me che ha reso tutto il caos che mi porto dentro incredibilmente rumoroso. Prima, era soffocato dal casino che c'era fuori, in quel gioco maledetto del chi grida di più esiste. Cancellando del tutto il casino esterno, la spinta a farsi sentire di ciò che c'era dentro sta esplodendo. In ogni canzone italiana che mi porto dietro, e che gustavo quando ero a casa mia, assaporo quel gusto dolciastro della malinconia, una tendenza a far pesare tutto sull'emotività dato che la ragione è stata persa.

I tedeschi non potranno mai capire. In molti stranieri, non potrebbero mai capire un italiano.
Ed anche io, da quassù, pensando ai quotidiani sforzi per mantenere la normalità ed il decoro, mi sono chiesto già molto spesso: ma perchè?

Dopo una settimana di Dalla, ho deciso di non farmi più del male e sono passato ad altro: mi sono buttato sugli stranieri, ma lo stacco era troppo forte. Passando da Caparezza (che almeno la mette sul ridere) ho ritrovato le stesse sensazioni, come anche in Paolo Conte, in Vinicio Capossela, nei Casino Royale persino nei Quintorigo, che parlano per astrazioni dello stesso malessere del quotidiano.

Ma come abbiamo fatto ad arrivare fino a qui? Come è stato possibile?

Ci sono alcuni aspetti positivi, dell'italianità. La capacità ad avere un cuore grande (e l'umiltà di sapere che non siamo capaci di fare alcune cose) deve essere stata la stessa per la quale in Italia si è sviluppata una Resistenza, mentre in Germania no. Eppure, non abbiamo fatto per nulla tesoro di quell'opportunità di rivedere certe nostre lacune. Ed eccoci di nuovo qui ad additare i rumeni, i negri e via dicendo, pretendendo da loro il rispetto assoluto di leggi che chi legifera non rispetta. Vuoi mettere essere derubato da un italiano? Altro che essere derubato da un senegalese!
Sono convinto, perchè lo vivo sulla mia pelle, che aggiungere tutta una serie di situazioni stressanti possa fare bene all'individuo, se lo aiuta a sviluppare una resistenza a questo stress. Dosi opportune di "difficoltà" obbligano le nostre qualità a venire fuori. Nel momento in cui però sono venute fuori, vanno coltivate, non rinnegate in favore dell'emotività e della superstizione. Altrimenti si arriva davvero alle madonne che piangono sangue come unica logica conseguenza. Mi viene in mente la scena fantastica di un film di Bunuel, Il fascino discreto della borghesia, con i protagonisti che camminano in una strada deserta, in mezzo ad un campo, senza parlare, senza dire niente, senza meta nè significato.

La cosa che mi fa più rabbia (anche se per ora sono ancora allo stadio della malinconia) è che le capacità intellettive, la creatività, la rapidità mentale degli italiani (cresciuti nelle condizioni in cui crescono) non è affatto seconda ai tedeschi ed a molti altri luminari stranieri che ho incontrato finora. Il fatto è che ci arriviamo e siamo soli, senza sostegno alcuno. Ogni italiano è costretto ad essere un Mussolini per arrivare dove arriva. O Andreotti, nel migliore dei casi. Qui, invece, tutti si sentono parte di un progetto, di una comunità. Magari poi gli sta stretta e la rifuggono, ma sentono di farne parte. Noi abbiamo questa sensazione con la famiglia, più che con la società. Siamo diffidenti verso lo sconosciuto per strada, la nostra vera rete di salvataggio è la famigghia. Il nostro razzismo comincia così, nel creare un noi così ristretto. Alcune risposte a questa mancanza di collegamento le hanno dato i meridionali, da sempre sottoposti a dosi di isolamento ed abbandono superiori al cosiddetto Nord, allargando la famiglia per vie laterali. In Germania, ad esempio, usano due nomi diversi per il nipote intesto come figlio del figlio (nonno-nipote) ed il nipote figlio della sorella/fratello (zio-nipote). In una discussione qualche sera fa, i tedeschi con cui parlavo erano molto sorpresi da questo. Eppure, io non sento differenza nell'amore che prova mia madre per Lucrezia o Virginia e quello che io provo per loro. Qui, invece, il rapporto diretto col nonno ha molto più valore, mentre quello laterale dello zio ha meno importanza. Una volta che sei uscito di casa, sei fuori. Come se fisiologicamente, ci fosse una rete di salvataggio, che è comunque la società nella quale puoi andare e devi andare a vivere e confrontarti. Da noi, vista anche la mancanza di ragionevolezza e l'investimento massiccio in emotività, il legame diventa stretto da morire. Andate a chiedere ad una mamma americana quante volte chiama il figlio che lavora in un altra città e quante volte lo fa una madre italiana.

Io non credo sia tutta da buttare la nostra condizione umana. Io non credo che gli aspetti patetici dell'italianità saranno dominanti per sempre nella nostra natura. Certo è che dobbiamo iniziare a capire che c'è davvero tanto a cui rinunciare, se vogliamo ripartire.

1 commento:

Mauro Sanna ha detto...

Buongiorno! Ho trovato questo blog per caso , cercando la canzone di Dalla in oggetto al post... Le faccio i complimenti per le sintesi e la ringrazio per gli spunti dati!